Crea sito

Tag: Pier Paolo Pasolini

Scriverlo

( cliccare sull’immagine per ingrandire )

 

 

 

 

 

 

IMG-9397

 

 

 

 

 

 

Come se fosse una conversazione familiare, quotidiana, di fretta come se si potesse sbrigativamente rimandare a più tardi in una condizione di calma e domestica intimità ; salvo poi ringraziare del pensiero prima di chiudere la telefonata. Segno che la rottura, e la distanza che in questa s’allunga, è solo un dato di fatto come un altro invece dell’elemento più stringente nella storia della tua vita…..solo una specie di sottofondo di pensiero che non è stato pensato veramente mai.

Parole che « compilano » un dire disinvolto intorno al motivo della telefonata, e intanto lo slancio incondizionato dell’ascolto si raggrinzisce e si arena nel buio telefonico, come l’ondata di gelo alla finestra nell’aria della sera, poco lontano da qua sulle braccia degli alberi spogli.

Perché scriverlo, non so ; perché sempre si scrive all’incomparabile incomprensione di qualcuno, chiedendo in questo il mondo a testimone. Così, anch’io.

 

 

 

 

 

Familiari estinzioni

( cliccare sull’immagine per ingrandire )

 

 

 

 

 

 

IMG_7402

 

 

 

 

 

 

” Tieste è colpevole, ma anche i suoi figli lo sono. Ed è giusto che siano puniti anche per quella metà di colpa altrui di cui non sono stati capaci di liberarsi. “

P.P.P.

 

 

Se la violenza del potere dei padri è il principio di quella colpa per la quale i figli saranno poi destinati a pagare il fio, l’aver ceduto alle più comode sorti da parte di quel potere popolare patriarcale in cambio di identità e storia è all’origine di tanta degradazione morale e indigenza spirituale in cui versano le nostre vite.

E l’indifferenza, e la rimozione in atto della coscienza sia da parte dei padri che dei figli fanno questi nostri giorni ancora più tragici.

E noi da sempre le più colpevoli, le più infelici e le peggio punite; per non saper rigettare lontano quella parte di colpa, per non riuscire a vedere la lotta necessaria a spezzare il giogo di tanta malevole eredità.

rosaturca

 

Pensieri seguiti al più recente ascolto del testo I Giovani Infelici, di Pier Paolo Pasolini. Gennaio 1975, inedito.

 

I GIOVANI INFELICI – pdf

 

 

 

 

 

P. P. Pasolini – inedito sulla resistenza

 

 

 

 

 

ppp_gianpaoloserino
Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

Qualcosa pare oggi, nella primavera del ’55, realmente finito: il dopoguerra. È finito non solo nel disordine e nella corruzione, ma anche nelle coscienze di viverci. Il senso di liberazione e di ripresa, dal ’45 agli anni immediatamente successivi, sembra ormai il dato di una psicologia lontana: e si ripresenta viziato, all’interno di ognuno di noi, dello stesso male che avrebbe portato il mondo esterno – la classe dirigente italiana, nella fattispecie – all’involuzione di oggi. Si sente il desiderio di dimenticarlo e superarlo, come un legame stantìo, impuro e un po’ ridicolo.

Esattamente il contrario avviene per gli anni della Resistenza: che si sono fissati in una luce che si fa sempre più limpida. Nessun desiderio di superarli – come per gli anni del dopoguerra: e nemmeno, certo, di ritornarci, se essi richiedono di contare come un’esperienza unica e altissima: sicuramente la più alta della nostra vita. Di farsi paradigma: cristallino nella necessità e nella violenza con cui le circostanze lo hanno determinato – che dimostri, come dato, determinato appunto dalle circostanze storiche e fuori dalla nostra coscienza logica e dai nostri programmi, una possibilità: la possibilità di un’intesa tra uomini della più diversa formazione e delle più diverse tendenze.

Allora, ciò che univa era la necessità del combattere – dell’agire -, oggi, che quel paradigma va sciolto nei suoi termini logici e riportato all’analisi, della necessità di capire. (Si badi che noi parliamo da intellettuali, non da politici: anche se la distinzione vale solo alla superficie). E la comprensione del mondo, l’atto del capire, può realizzarsi anche in una posizione che non sia resa estrema da una scelta: può realizzarsi anche in una posizione intermedia (ma non di terza forza o di aprioristica coalizione!), in cui chi vi si trova abbia una coscienza chiara (e soffra magari un dramma sincero) della propria impossibilità di scegliere: assumendo questa impossibilità a dato storico. E si badi che noi, di tendenza marxista, non usiamo in questo momento un linguaggio che sia marxisticamente eretico, non usciamo dall’impostazione classista del discorso.

Dei borghesi – come sono gli intellettuali invitati a questa testimonianza nel «Dibattito» – commetterebbero, ne siamo certi, un peccato di irrazionalità se, per salvarsi, si gettassero definitivamente in un’azione che, data la scelta compiuta, li giustificherebbe davanti a se stessi e li annullasse in una specie di anonimato e di conformismo. Meglio che di una conversione, si tratterebbe, in tal caso, di una inversione del proprio essere storico. Ed è per questo che non si dovrebbe tornare alla Resistenza nemmeno nel migliore degli atteggiamenti, per così dire, parriani: non sempre la purezza di un ideale e di una nostalgia garantiscono la sua necessità.

Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire: mai un fare è stato in così immediata dipendenza da un conoscere. E se una conciliazione dei vari modi di conoscenza (o almeno dei due fondamentali) è possibile, questa, ripetiamo, non può essere che drammatica: religiosa, senza autolesionismi o irrazionalismi mistici.

Come allora a unirci erano le difficoltà e i pericoli esterni, oggi dovrebbero essere le difficoltà e i pericoli interni: se le istituzioni e gli ideali democratici non sono minacciati da una scatenata violenza di eserciti, ma da una scissione che disgregando la società in una pratica e ideologica lotta di classe, disgrega in realtà la vita stessa, nella pienezza che questa raggiunge attuandosi nei singoli individui. E l’equilibrio (quello, supremo, della Resistenza) non va certo raggiunto cancellando uno dei termini del dilemma: ma vivendo il dilemma nel modo più rischioso, intellettualmente e sentimentalmente.

Pier Paolo Pasolini, 1955
 

 

 

 

 

Alain Badiou : penser les meurtres de masses

( cliccare sulle immagini per ingrandire )

 

 

 

DSCF6311
 

 

 

Mi sveglio presto stamattina. Avrei tempo per uscire, ma resto in casa. Un altro giorno di traduzione della lunga conferenza di Alain Badiou al théâtre de la Commune d’Aubervilliers del 23 novembre scorsoPrima parte, La struttura del mondo contemporaneo. Traduco fino al paragrafo Les nouvelles pratiques impériales (escluso). L’esperienza del pensiero è molto intensa, come sempre al lavoro con un testo. Senza contare lo sforzo della mia andatura nella lingua, nella voce dell’altro. L’esperienza del pensiero s’incarna.

Il testo è un valido esercizio della ragione. E’ anche un punto di vista e una visione del mondo. E’ un carattere – filosofico – stringente, a tratti angosciante.

Leggo, rifletto, traduco. Penso, mi trasformo e torno sempre con la mente alla mole degli scritti di Pier Paolo Pasolini, alla vita interrotta di Pier Paolo Pasolini, al suo andare e tornare dall’inferno reale… Fino al momento in cui non è tornato più. La sua ultima intervista – QUI – la sera stessa in cui sarà ammazzato ( della quale stento a completare la pubblicazione su questo blog, per eccesso di dolore ) è un colpo che spinge la sua gittata lontano, molto più lontano dal punto in cui parlava : arriva fino a noi, a questi nostri tempi di omicidi di massa.

 

 

 
DSCF6313
 

 

 

 

 

 

” Perché siamo tutti in pericolo ” — Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

«Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi : “Perché siamo tutti in pericolo” » P.P.P.

 

 

 

 

 

Bologna-20151121-07930 copia

 

 

 

 

 

« Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le quattro e le sei del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro è suo, non mio.  Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo  che appare continuamente nelle risposte che seguono . . . »

 

Furio Colombo, L’ultima intervista di Pasolini
Roma 2005. Avagliano Editore

 

 

 

 

 

Estratti « a minutissime dosi » dell’intervista

 

 

#1 [ Il rifiuto essenziale ]

F.C.
Io dirò « la situazione », e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale, ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La « situazione » con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire : tuo è il merito e tuo è il talento. Ma gli strumenti ? Gli strumenti sono della « situazione ». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu ? Tu non resteresti solo e senza mezzi ? Intendo mezzi espressivi, intendo…

P.P.P.
Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese ( e tu sai che non sempre sono d’accordo con loro… ). In grande l’esempio ce lo dà la storia.
Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, « assurdo » non di buon senso.

 

 

#2 [ Descrizione della situazione ]

P.P.P.
Allora i discorsi sono tre. Qual’è, come tu dici, « la situazione », e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

F.C.
Ecco, descrivi allora « la situazione ».

P.P.P.
Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual’è la tragedia ? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo : ma strano, ma questi due treni non passano di lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo ? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto.
Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità.

 

 

#3 [ Difficoltà della scelta ]

P.P.P.
Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore ( dove la rivoluzione sempre comincia ).
Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e “collabora” ( mettiamo alla televisione ) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma cosa li separa dal ” potere ” ?

 

 

 

. . . continua . . .

 

 

 

 

 

 

Una scelta estetica

 

 

 

Una scelta estetica : ciò che si include e ciò che si esclude nella propria rappresentazione. Una scelta determinata dalle persone e dai contesti ai quali si rivolge – si dedica, si destina – la nostra rappresentazione.


“Una scelta estetica è sempre una scelta sociale [ . . . ] Ciò non significa affatto che la scelta estetica sia impura o interessata. Anche le scelte dei santi sono sociali.”
Pier Paolo Pasolini

E se invece tutto questo non ci fosse più, se non ci fossero fra di noi quelle distinzioni sociali che ci costringono a scegliere ? Se niente di tutto questo esistesse ancora e noi ci trovassimo disseminati per ogni dove, a caso nel buio della rete elettronica, tutti così perfettamente accomunati dalla stessa mancanza di realtà ? Avrebbe – ha – ancora senso qualcosa da rappresentare ? E se non è questo, che cos’altro è diventata la spinta della rappresentazione nelle nostre necessità espressive ?

Se la cultura dava realtà divaricando lo spazio sociale di ciò che era consentito – lo spazio espressivo che la società concede … dove stanno oggi le celate membrature di questo nostro corpo sociale globale ?

 

 

 

 

 

 

Discrìmine

 

 

 

Un momento critico, forse una situazione di pericolo, in questa dimensione di visibilità astratta e statistica — virtuale.

 

 

abiura_dalla_trilogia_della_vita
 

 

 
Dopo l’intensa rilettura di
Tetis e Abiura dalla “Trilogia della vita”, di Pier Paolo Pasolini
Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni. Bologna, 2015