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Category: zona attrezzata

Giorno di San Valentino

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In anticipo ho dovuto mondare la zucca & cuocerla a vapore, forse chi me l’ha venduta non l’ha saputa conservare e presto ha cominciato a dare segni di marcescenza, le foglie freschissime di cavolo friulano, se avessi fatto come so io, avrei potuto conservarle più a lungo e consumarle al bisogno, ma ho dato ascolto a chi me l’ha venduto e già comincia ad appassire, perciò l’ho cucinato tutto oggi. E così ho passato il pomeriggio ad occuparmi del cibo — che nel mattino ho dormito fino a tardi — il cibo ha bisogno di cura e di tempo per diventare nutrimento davvero.

E’ un giorno di chiarissima luce dalla finestra sul cortile, e anche un paesaggio d’acque, tutto uno sgocciolìo dai tetti e uno scivolìo sonoro per le grondaie, la neve si sgela ai raggi del sole nonostante l’aria di un freddo glaciale.

Abbandoniamo la nostra stanza in orario per la Liturgia della sera, tu sei riuscito a scrivere nel pomeriggio, sulla via nel crepuscolo siamo rimasti confusi per il colore del cielo di un azzurro indiano, parla la stessa lingua di un altro azzurro, ti ho detto io, quando viene la fine della notte e di rosa si spengono le ultime stelle.

 

 

 

 

 

 

 

Alla fine del giorno

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20 ott.

Lc 12,35-38
Beatitudine come un esperire di cose del cielo nel solco del vivere quotidiano terrestre, le sue parole lo dicevano in un modo diverso, ma dopo due notti cerco di ricordarmene e di rifare con le mie parole il senso che aleggiava nelle sue, beatitudine di attendere solerti all’affidamento che abbiamo ricevuto, alla cura e alla custodia della vita in dono, la beatitudine mi visita, mi raggiunge nell’attesa del mio vivere, certo, ma non nell’attesa e basta, nell’attesa orante e dislocata dentro e fuori di me, nella solitudine e nella condivisione, ma sempre in relazione di preghiera.

Ef 2,12-22
E poi quel Cristo senza il quale eravamo senza speranza, lontani e separati tutti, attraverso il sacrificio della sua carne siamo ora innestati tutti in un’unica carne, e questa carne nello spirito di Dio.

Nella stiva dei morti con i vivi, momenti d’inattesa sospensione e poi
la voce ha cominciato a fare frutto di parole nella bocca.

 

 

21 ott.

Lc 12,39-48
Domanda della sera — quale parte di bene a me, proprio a me è stata affidata perché ne abbia cura ? Chiudo gli occhi sull’angoscia che mi dà questa domanda a bruciapelo, io che non riesco ad avere cura nemmeno di me stessa, posso soltanto pregare che un passo e un gesto dopo l’altro possa scegliere di rispondere soltanto a ciò che è bene, perché tutto mi è stato dato e perciò tutto mi verrà chiesto indietro.

Gli occhi ritagliano un’attesa dicente già.

 

 

 

 

 

 

 

Guai a noi !

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Lc 11, 42-46

L’ammonimento a portare il proprio cuore in tutte le cose e la piumata carezza della voce nell’ascolto della sera, certi ritorni la notte di melodie d’inni nell’orecchio, quanto lontani quei risvegli nel mattino con tutta la vita dentro ogni giorno tutta da riconsiderare, sbuccio il frutto dei peri di collina ed è curioso sentire sotto il coltello certe concrezioni invisibili e dissodare allora delle durezze la polpa, il sugo di pomodoro di tradizione salentina riscaldato dall’aroma dei chiodi di garofano e del curry più dolce, i ceci profumati in bocca di curcuma e di cumino verde dei prati, rari versi d’uccello da rimeditare svelti in poche righe e tante pagine da aggiornare sul commonplace.

 

 

 

 

 

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Mancare :

l’azzurro teso nel cielo del mattino,

il respiro salmastro che corre nel vento,

 

 

sfibrare
le alte mura che recingono ogni passo, ogni gesto,
istante dopo istante per l’attesa di un guadagno d’impalpabile
etereo.

 

 

 

 

 

Anchilosi

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– Che cosa vedi Geremia ?
– Vedo un ramo di mandorlo in fiore.

 

 

E’ una settimana dal mio rientro in città, una manciata di giorni dal prosieguo di questa nuova parte della mia vita, come parlare dalla nuova condizione, con quale movimento riguadagnare le orme di sempre nella credenza di avere in quelle il mio cammino ?

Al principio, nuovamente, ma in un modo diverso. La piegatura contratta, il falso movimento, la fusione aderente di tutte le distanze che hanno luogo senza fine di continuità.

Spunta vigile un mandorlo in fiore. Nel deserto senza tempo non finisce di venire primavera.

 

 

 

 

 

 

Una virtù naturale

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Dalla stazione dei treni cammino verso casa, porto la bici a mano e risalgo la trionfale via Indipendenza come attraversare l’ampio letto di un fiume in secca, oppure come se ancora mi aggirassi fra le cortine degli alberi intorno ai quali serpeggiano i sentieri. In continuità fra ciò che resta delle colline intorno alla città e la sua architettura antica, come scavate nei fianchi della roccia queste infilate di archi e di volte sotto i portici e tutta questa teoria di pilastri e colonne. Deviare dal decumano massimo verso il corpo nudo di bronzo del dio Nettuno gigantesco sulla fontana, e la piazza Maggiore con la fabbrica di san Petronio dalla facciata incompiuta nei secoli, per metà di mattoni bruni, di terra cotta e rimasta alle piogge, ai venti, all’oscurità della notte incipiente che cade sul corpo nudo della basilica proprio come sulle spalle delle colline.

Non è solo la pietra che resta, ma lo stupore di una virtù naturale.

Di ritorno dai boschi nelle membra mi porto sempre una spossatezza radicale, quasi che la terra sotto il fogliame a ogni passo, e l’argilla per i greti delle correnti mi avessero impregnata di sale.

 

 

 

 

 

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E diciamo la verità

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E poi diciamo la verità, la sola cosa che conta è questa vena di parola nell’orecchio — di giorno, di notte, non finisce di venire. E’ questo essere-verso, origine e radice in ogni istante, per ogni giorno della vita. Averlo scelto, per tutti i giorni futuri della mia vita…

Altre cose diverse sono la fortuna dei casi del mondo, le circostanze.  
 

 

 

 

 

 

Ritorno in città

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Di ritorno dalla terra che mi ha dato i natali : grazie ” con cento cuori ” per le conversazioni mistiche col vento, agli umidori viaggianti, ai lucori segreti, al cielo vicino raggiante di stelle, ai versi odorosi lasciati inscritti per noi dalla mano del dio nelle pieghe dei verdi.

 

 

 

 

 

 

Come ogni giorno della mia vita

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Siamo discesi presto in città. Presto fa buio in questa parte dell’anno, ancora prima in collina.

A casa, poche cose da fare a quest’ora, ma con tutta la dedizione che si può. Naturale dopo tanto alitare di cielo ritrovarsi così nelle proprie mani. E riconoscersi in queste mani. E rimanere in ascolto del silenzio che si tiene nell’ombra delle nostre parole.

La cena cuoce sul fuoco e intanto faccio uno shampoo, una doccia per riscaldare questa terrena umidità che si nutre di me. Mi preparo così al giorno di domani. Come se avessi un motivo di farlo. Ma non ne ho. Ogni giorno per me la stessa inesauribile distanza da consumare fra i due estremi della mia vita – come una bestia da tiro, tutti i giorni della mia vita. 

 

 

 

 

 

 

Contro l’idea di fragilità

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Ho l’impressione che nessuna creatura in terra potrebbe esistere se custodisse in sé anche la più minuta fragilità. Siamo mortali, ed è una cosa diversa dall’essere fragili.

La forza è ovunque. E’ vivere. La mancanza di forza è non-vivere-più. E’ nell’esperienza del dolore che si addensa la più grande riserva della forza di vivere.

 

 

 

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Quando sento parlare di fragilità io ascolto la vita anestetizzata della mente — quando con il fisico non si ha più niente a che fare.

 

 

 

 

 

 

Nelle viscere della storia

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Come criceti in gabbia girano la ruota senza fermarsi — se si potesse distendere nello spazio la durata di quel movimento si coprirebbero chilometri.

Andare fino in fondo al proprio assunto espressivo, allargando lo spazio che il contesto sociale concede — Ma se tutto è concesso e niente arriva al cuore… Come riemergere dall’indistinto e rintracciare i segni del bersaglio ?

In gioco non è la vanità individuale di ciascuno, ma la prospettiva di un orizzonte comune che apre una lingua di parlanti, nell’estuario del proprio tempo, nelle viscere della storia.

 

 

 

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Edonista ?

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Il calore del fuoco al quale si cuoce il cibo per la cena è la prima cosa che cerco appena sveglia, nelle prime ore del pomeriggio. Non ho mai desiderato di essere pubblicata. Non ho mai desiderato seriamente di essere pubblicata. Mi domando sempre — perché qualcuno dovrebbe leggermi ? Perché scrivo, non me lo sono domandato mai. Leggo poco, perché molto lentamente. Leggo sempre in modo sparso, impossibile qualsiasi tentativo di organizzazione.

 

 

 

 

 

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