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Luminosa testimonianza

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15.IV

« Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti. Chi viene dalla terra appartiene alla terra, e parla come un uomo di questa terra ; chi viene dal cielo parla di ciò che ha visto e udito. Però nessuno accoglie la sua testimonianza. »

Gv 3, 31-33

 

È l’introduzione a una conclusione luminosa, troppo luminosa per i figli della terra, per il pensiero nato cieco dei figli della terra ma che può sapere cosa significa vedere la luce.

 

 

 

 

 

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Un’altra narrazione del mondo

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Fra poco, mezzogiorno. In piedi da un’ora, la notte è trascorsa senza patimenti, nessun dolore fisico di pesantezza muscolare nelle cosce, poco sonno.
G. parlava al telefono con il medico di base che gli certifica una settimana di assenza dal lavoro per malattia, ha ancora mal di schiena. Tempo liberato.

In piedi, l’articolazione dell’anca destra bloccata & dolente in movimento e da ferma, un breve raggio di sole alla finestra illumina i capolini di viole al davanzale, forse il cielo di piogge si allontana per un po’, i fischi che fa il merlo, dentro di me all’opera un tentativo  di  d e s t r u t t u r a z i o n e.

Dal mondo qualcosa di vivo ci raggiunge attraversando la notte, un’altra narrazione ha ripreso a fremere, parla, si slancia in relazioni . . .

 

 

 

Un autre récit du monde

Bientôt midi. Levée depuis une heure, la nuit traversée sans souffrance, sans douleur due à la lourdeur des muscles dans les cuisses, peu de sommeil.

G. a téléphoné au médecin généraliste qui lui a prescrit une semaine d’arrêt maladie, il a encore mal au dos. Libération du temps.

Debout, l’articulation de la hanche droite bloquée et douloureuse en mouvement comme au repos, un bref rayon de soleil par la fenêtre illumine les inflorescences violettes sur le rebord, peut-être le ciel de pluie s’est-il éloigné un moment, les sifflets que fait le merle, une tentative  d e  d é c o n s t r u c t i o n  est à l’œuvre en moi.

Du monde quelque chose de vivant nous parvient, traversant la nuit, un autre récit s’est remis à trembler, parle, s’élance de lien en lien . . .

 

Traduzione dall’italiano di Philippe Aigrain
( cliccare QUI per la versione in francese )

 

 

ATELIER DE
BRICOLAGE
LITTÉRAIRE

 

 

 

 

 

 

 

Affido

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17.III

Nella notte, mi sono addormentata riuscendo a mantenere svuotata la mente da pensieri, da immaginazioni di pensiero, mi sono trattenuta davanti alla Parola con la mia incapacità di comprenderla, in attesa di poterla ascoltare, ho pensato — l’unica cosa che ho pensato — che proprio quell’incomprensione era già senso di Parola, già stava parlando l’Altro da me, ciò che non mi assomiglia, che non riconosco, davanti al quale ‹‹Io›› chiude i suoi occhi e in silenzio si affida.

Gv 5, 17-30

 

 

 

 

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L’onda della voce

 

 

 

 

 

( al lavoro sulla stesura di un testo )

E’ stato miracoloso, proprio un’ondata di voce, una marea incessante di parole, fino alle secche del dubbio — che cosa ho fatto, che dico. . …

Ecco il moto all’incontrario, il ritirarsi dell’onda, la fine della festa che fa la schiuma fragorosa nel gonfiarsi di marea. Dall’asciutto del dubbio ho riletto, ho ascoltato, ho dato all’ascolto, ho reciso, ho plasmato sopra i tagli la morbidezza di un silenzio cicatrizzante. Per un po’ non sentirò altro da dire.

 

 

 

 

 

 

 

Giorno di gloria

 

 

 

 

 

martedi 9 marzo

Un giorno di gloria oggi, il merlo ha cantato nel suo angolo di cielo dall’alba e fino al principio del tramonto, a gola spiegata e fino sul limite del grido, del fischio di labbra, della parola, immerso nello spazio sonoro di altri canti di uccelli diversi, ho dormito io nelle ore del mattino nella mia stanza con le finestre chiuse per il freddo che fa, ma in un Aperto cosciente plastico & modellante, la prima volta in tutta la mia vita che per un giorno intero ho dimorato nella fibra della voce fino alla radice illuminata di senso prima che significato sia.

Uscirò dalla casa domani, lascerò le pareti della stanza domani per entrare nello spazio d’arie granuloso ancora delle fredde umidità, e

saldarmi
grazia su
grazia
in
. . …

 

 

 

 

 

 

 

Nascosto

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17.II
MERCOLEDI DELLE CENERI

Mt 6,1-6.16-18
Nella cella della tua stanza
nella cella del cuore
nella cella
. . . …

 

 

 

 

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Lievito

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16.II

Mc 8, 14-21
Cristo è lievito.

 

Alla fine del giorno, si riversa ben distinta & impalpabile di luce, parola di senso nell’orecchio.

 

 

 

 

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MIRACOLI

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15.II

Mc 8, 11-13
Perché non erano fatti per venire registrati dagli uomini come s e g n i ma si compivano proprio come guarigioni compassionevoli di ciascuno di quegli uomini e di quelle donne che lo supplicavano oppressi dal m a l e.

 

Soltanto in « quest’oggi » posso iniziare a chiedere anche per me la guarigione dal dolore che mi impedisce & condiziona da tutta la vita.

 

 

 

 

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Giorno di San Valentino

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In anticipo ho dovuto mondare la zucca & cuocerla a vapore, forse chi me l’ha venduta non l’ha saputa conservare e presto ha cominciato a dare segni di marcescenza, le foglie freschissime di cavolo friulano, se avessi fatto come so io, avrei potuto conservarle più a lungo e consumarle al bisogno, ma ho dato ascolto a chi me l’ha venduto e già comincia ad appassire, perciò l’ho cucinato tutto oggi. E così ho passato il pomeriggio ad occuparmi del cibo — che nel mattino ho dormito fino a tardi — il cibo ha bisogno di cura e di tempo per diventare nutrimento davvero.

E’ un giorno di chiarissima luce dalla finestra sul cortile, e anche un paesaggio d’acque, tutto uno sgocciolìo dai tetti e uno scivolìo sonoro per le grondaie, la neve si sgela ai raggi del sole nonostante l’aria di un freddo glaciale.

Abbandoniamo la nostra stanza in orario per la Liturgia della sera, tu sei riuscito a scrivere nel pomeriggio, sulla via nel crepuscolo siamo rimasti confusi per il colore del cielo di un azzurro indiano, parla la stessa lingua di un altro azzurro, ti ho detto io, quando viene la fine della notte e di rosa si spengono le ultime stelle.

 

 

 

 

 

 

 

Davanti alla traduzione dei miei versi di poesia

 

 

 

 

 

C’è una commozione che non si può spiegare, che rimane per sempre segreta nelle pieghe dell’intimità, una vena di vita che non può vedere la luce : se potesse affiorare, se ne disseccherebbe.
Affacciarsi su un’altra lingua parlante, mentre cerca di mettere i suoi passi nelle orme lasciate dai tuoi passi nella cera fusa del senso delle cose ;
seguire la danza che improvvisa sull’orlo del rischio di fraintendere,
sul confine luminoso dell’errare,
e tu palpiti per lei, per quella lingua straniera che si avventura,
temi per lei, che non si perda nel suo slancio generoso di accogliere l’ascolto,
e infine molli la presa sulle tue parole,
accetti l’invito di scioglierti in un’altra danza,
ti lasci confondere, scivolare.

 

Philippe Aigrain traduce  C o n t r o — articolare
 

 
Cliccare QUI per la traduzione

Cliccare QUI per la versione originale

 

 

 

 

 

 

 

Lo slancio dell’amore

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11.II

LA FEDE DI UNA DONNA STRANIERA
Mc 7,24-30

 

( o la radice-Madre dell’amore ) ( la meta certa, quando il cammino spinge dal cuore )

( anche il bersaglio che non si manca : se ciò che scocca siamo noi stesse adese palpabilmente in questo nostro distare dalla Grazia, da attraversare. . . ..
Clicca su Volo lento )

 

* * *

 

« . . . ..l’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la PROMESSA CHE PORTA IN SÉ. »
cap.228

#FratelliTutti #PapaFrancesco

 

 

 

 

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Vita muscolare

 

 

 

 

 

La vita muscolare, la gravità di carne,
il fondo dell’intimità
tutto il sogno di  e r o s —

 

il ritorno di vita

l’immagine

la comprensione

 

 

 

 

 

 

 

Oggi rinvasi

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Un lampo di pensiero, come un barlume di ragione, s’è scheggiato dalla mente e sostavo a guardare la forma dei davanzali dopo il lavoro di un pomeriggio, nessuno me lo avrebbe permesso, se ancora perseverassi nel giogo del loro ascolto, se avessi pensato alla vita, la mia vita, come ancora vorrebbero loro, come secondo loro conviene, se si accorgessero di quello che ho fatto, dove ho messo il mio tempo oggi & la concentrazione & gli affetti, su un davanzale, ce l’ho fatta perché non si è accorto nessuno oggi di me, dove mi sono fermata — a dimorare.

Dieci minuti prima delle 6 dieci lunghi minuti di canti alla finestra per la prima volta, di merli e uccelli diversi.

 

 

 

 

 

 

 

D i m o r a r e

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Ho compreso appena sveglia, e forse grazie al mio sogno, che non si tratta di « radicare » tutte le volte che uso questa parola, ma di « dimorare ». . ….una bella svolta !
E non sono pianta, e non sono polvere o terra, almeno finché resto ancora viva, e la gravità che a volte più prepotentemente avverto dentro di me è

addensarsi di fibre
polpose
e
di sangue e
di siero,
elettricità

una lingua di carne.

Anche « striarsi » è un movimento da –parola chiave.

 

 

 

 

 

 

 

Ikebana

 

 

 

 

 

Quasi l’1 del pomeriggio, soleggiata giornata d’inverno, l’azzurro del cielo velato dal transito delle umidità, sugli alberi spogli per il sonno di gemme è tempo di gestazioni.

La nuova cura mi libera energie, fa la convalescenza più arzilla.

Il mio spirito meglio di me sa conoscermi & mi governa : di gran slancio il tempo del giorno, si risolve però in minuti spostamenti domestici per prolungate resistenze di modesta entità — quello che chiamo il mio lavoro di i k e b a n a ; che poi bisogna pure essere ispirate per riuscire a convertire tutto lo slancio che c’è con queste risorse da niente.
E sia, mi succede così.

 

 

 

 

 

 

 

In piedi

 

 

 

 

 

 

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diritti-umani.org

 

 

 

 

 

Passato mezzogiorno quando comincio la mia giornata « in piedi », ho bisogno di aria & di acqua, disfo il letto, mi preparo il caffè, riporto sul davanzale della finestra sul cortile la pianta di ciclamino che ho innaffiato ieri sera, ha perso la sua fragranza vegetale nella notte passata al chiuso, che poi al chiuso notte non è, e non è giorno, soltanto tempo del cuore.

1 tazza di caffè napoletano all’americana, 4 fette biscottate con burro di panna di latte – per gusto e non per abitudine – 1 capsula di probiotico, 1 bicchiere di magnesio, metà mela, l’ascolto di 1 cd per intero di Troilo & Forentino – Temblando, Toda Mi Vida… e intanto che siedo i nervi fanno pace con le articolazioni, chissà se riesco a farmi una doccia prima di pranzare.

Matida l’aria sul cortile, ho ascoltato la pioggia sciogliersi nella notte, piumato di ghiaccio il lucore dal cielo, mi levo a mezzogiorno ma sono all’opera – la mia opera – dalle prime luci del mattino, mi levo soltanto quando ho finito, prenoto il pane per telefono, ci sarebbe pure un libro da passare a ritirare, ma i soldi ora non bastano, aspetto un’altra settimana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella casa

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11.I.21

Nessun contatto per tutto il giorno, per tutti i giorni, di vetrocemento il confine che fa quest’isolamento, la madre che parla ha la voce indurita, la madre è furiosa non ne può più, lui che si accende il fuoco nel caminetto, rassegnata la madre, lei che vede & si vede e risente del male che ha imparato a tenere per guadagnarsi l’uscita.

 

13.I.21

Lei dalla voce si direbbe che oggi abbia ritrovato la sua oscillazione aurea, penso dentro di me di aver contribuito anch’io, anzi di essere stata io a favorire quel passaggio di grazia che l’ha mutata da dentro senza cambiare nella realtà le cose. Reale, forse in fondo è soltanto un misero esercizio di logica quotidiana quando l’attesa ne resta esclusa.

Questa convalescenza sembra procedere circospetta e senza grandi entusiasmi, e intanto le cronicità mordono sempre di più la corda, e forse è proprio da questa condizione che il fisico da solo ha preso a muoversi, da solo in cerca di ciò in cui può trovare almeno un po’ di respiro.

 

 

 

 

 

 

 

« COME NON DETTO »

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L’insofferenza mi opprime. Ma insistere potrebbe soltanto alimentare fraintendimenti e suscitare un rifiuto e sentimenti di difesa.

Si fa fatica a coltivare c o n f i d e n z a — che poi sarebbe tutto quello che serve, un rapporto di reciproca fiducia in cui poter dimorare nell’attesa che un’incrinatura, una crepa, una cedevolezza in qualche punto di questa resistenza possano offrire l’occasione & il fianco per tentare lo schiudersi di un’apertura.

Al di fuori di questo, si rimane in un sospeso « come non detto ».

Che cosa fare del silenzio in cui mi lasciano gli altri ?

 

 

 

 

 

 

 

Tempo di Natale

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Ancora tempo di Natale ancora per poche ore, ma “natalizia“ ora è per sempre la notte, non serve aggiungere più tempo per questa nuova comprensione di uno dei misteri di sempre del mio cuore

tanto fonde certe notti,
tanto lente nel divenire da es — tendersi a volte
fino a
ricoprirne il giorno

. . . …

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con tutte le tue creature

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Farsi prossimo * ( chissà perché al femminile non suona bene )

Spezzare il pane, condividerlo con tutti. *
E fare conto sempre nella vita che ci sei, accanto a tutte le tue creature, per tutti i giorni della nostra vita.

* “ Fratelli tutti “ 81
* Mc 6,34 – 44

 

 

 

 

 

 

 

Passaggio d’anno

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Di colpo, è possibile fare il racconto dei giorni, intravedere il senso del tempo, meglio dire la crescita del tempo, la sua maturazione.

Io,
sono questo aggetto di spirito senziente nell’accadere delle cose.

 

 

 

 

 

 

 

Appunti dopo un Natale

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Non è stato per noi tempo di ” lucine & panettoni ” il Natale ; davanti all’immagine della natività non abbiamo sostato tu ed io decorando con la mente quella scena, che per noi la poesia non è un abbellimento, ma velabro dicente la verità.

Abbiamo faticato noi nel tempo dell’Avvento per la risoluzione di un innesto radicale delle nostre vite ; e nel cammino abbiamo guadagnato l’inatteso stupore – a tratti, l’incanto – di sentir crescere come creature vive alcune parole, di vederle davanti agli occhi vivificarsi.

Se Cristo bambino ha scelto la grotta del cuore per venire ad incarnarsi, questo Natale sciolto per decreto dal  d o v e r  apparire è stato per me anche il più integro di tutta la vita ; sono uscita di casa quelle sere soltanto per tornare davanti alla sua grotta, senza nascondere i segni della mia fatica, sciupata eppure libera e lieta.

 

 

 

 

 
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E poi la luce, davvero viene a rischiarare il buio della lingua e l’interdetto degli affetti occultati nel cuore.

 

 

 

 

 

 

 

Tempo quotidiano

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Le 10 e mezza della sera, una giornata centrata sulla materialità, la buona materialità ; sembra che la manutenzione ordinaria nel tardo pomeriggio della caldaia del gas abbia causato a catena una piccola serie di movimenti virtuosi di riorganizzazione e cura del nostro spazio vitale, delle cose materiali che ci sostentano in questo spazio che abitiamo.

Tu non ti scoraggi fra tentativi di archiviazione di bollette di utenze e analisi dei costi, senza nessuna ambizione di ordine o comparazione e valutazione, soltanto allo scopo di ripassare le mani in questo genere di cose che quotidianamente scorrono per inerzia. Prima però ti sei precipitato fuori di casa in cerca di un libro di Tolstòj : sotto la pioggia battente hai fatto il giro di tutte le librerie del centro poco prima della chiusura per un’edizione tipograficamente leggibile di Resurrezione, e adesso torni a casa fiero di aver trovato l’unica copia – forse un fuori catalogo – giusta per te ; fiero pure dell’ultimo biglietto della Lotteria Italia che hai trovato nella tabaccheria vicino a casa.

 

 

 

 

 

 
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Io che prima dell’arrivo del tecnico ho raccolto un considerevole strato di polvere & ragnatele fra la caldaia e il frigorifero sottostante e la porta d’ingresso accanto al frigorifero, adesso trovo qui la collocazione definitiva di un piano-bar, con tanto di bicchieri e improbabile bouquet cinese, e più in disparte il magnesio formato famiglia, primo gusto del mattino ; via tutti i vasetti con le erbe secche odorose che migreranno verso il box-cucina, via le statuine da presepe di trent’anni fa che si sono guadagnate la visibilità per tutti i mesi dell’anno, operine artigianali di una grazia perduta ormai, troveranno posto fra i libri sugli scaffali. Fa eccezione soltanto questa miniatura della “focara” di Sant’Antonio abate, la pira di fascine di ulivo che da sempre si brucia a Novoli la sera del 16 gennaio – che è pure il giorno del mio compleanno – chissà se quest’anno la bruceranno, tu mi rispondi di sì, secondo te la bruceranno lo stesso e sarebbe pure di buon auspicio.
29.XII

 

 

 

 

 

 


I.

 

 

 

 

 

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II.

 

 

 

 

 


III.

 

 

 

 

 


IV.

 

 

 

 

 


V.

 

 

 

 

 


VI.

 

 

 

 

 

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VII.

 

I – VII Novoli di Lecce, 16 gennaio 2018
FOCARA di sant’Antonio abate, ultimi preparativi nel mattino.

 

 

 

 

 

 

 

Martirio

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MARTIRIO del protomartire Santo Stefano, particolare. Pier Francesco Cittadini
Bologna, nelle sette chiese.

 

 

 

 

 

26.XII – memoria

Plastica fedeltà di un donarsi di vita a una fiducia radicale e immensa.
La memoria fa la pietra dicente.

 

 

 

 

 

 

 

Una bella giornata in novembre

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20.XI
di notte.

Sono uscita di casa stamattina, sono uscita a incontrare il dolore degli altri, lo sforzo solitario di tutti gli altri che sono fuori dalla mia stanza, di certo anche loro hanno incontrato il mio dolore, che porto a testa alta con sorriso sincero, il mio dolore che non vedo, che non voglio vedere riflesso al mio passaggio nell’effetto-specchio che fanno le vetrine nelle giornate luminose come oggi, il mio sforzo mi basta sentirlo, e fronteggiarlo, a ogni passo.

 

A. mi raggiunge con il suo buongiorno affettuoso, io chiamo mia madre che passa tutto il tempo della telefonata a descrivermi in dettaglio le immagini televisive che la catturano già. Mi affretto a chiudere, non voglio perdermi le repentine esplosioni nell’aria di questi trilli minuti fra i rami al sole degli alberi oltre il muro di Santa Cristina, trilli minuti che sono prima del canto, schegge di gioia purissima lanciate nel cielo più prossimo, scricchiolii nella densità del tempo di una gratuità che si riversa su di noi, posso vedere gli uccelli involarsi qua e là, sono grandi meno di un mio pollice, sono sfumati di oro nel sole del mattino.

 

 

 

 

 

 

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Nei Giardini Margherita a ondate sui terrapieni delle aiuole le foglie ramate cadute dagli ippocastani e l’azzurro del giorno e una diffusa chiarità colata di luce umida e fredda.

 

 

 

 

 

 

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Svuotata rallenta la città in questa bella giornata in novembre, faccio al contrario via Santo Stefano dai Giardini verso il centro,cammino e sciolgo così un levare di senso di vivere che D.M.T. nel suo « Il Vangelo secondo Giovanni » ha scandagliato in ogni parte di me, avevo cominciato a leggere l’opera dalla seconda parte e fino alla fine forse un paio di settimane fa, l’ho ripresa oggi dai primi due capitoli.

 

In libreria ho chiesto di consultare « Non siamo stati noi », ho ascoltato alcune puntate di una lettura dell’opera alla radio, subito impressionata dalla ricostruzione puntuale di alcuni movimenti umani interiori indagati dal francescano Roberto Pasolini ricorrendo invece che al solito patetico approccio psicologico rivisto e corretto a una lettura biblica per me inusuale & ardita. La suora si rifiuta di tenermi il libro da parte per una settimana.

 

 

 

 

 

 

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S. si ferma davanti a me per la seconda volta al quinto giro del suo percorso giornaliero, non mi riconosce mai appena mi vede, ma soltanto dopo qualche istante in cui ferma i suoi occhi nei miei, è l’ora di pranzo e mi offre da mangiare, forse un giorno gli regalo una mia poesia, che a parole non sono riuscita a spiegargli quello che faccio cos’è.

 

 

 

 

 

 

Funzione radicale

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17.XI
di sera.
Cielo azzurro stellato, vento sonoro da sud, aria verde che profuma dolce e pungente.

 

Non sono la durezza muscolare né il passo inchiodato a farsi impedimento,

è la funzione radicale
rabdomante

che necessita per motivi di scandaglio di prolungate umbratili

distanti

attese.

 

 

 

 

 

 

 

Il suono in bocca

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16.XI
di notte.

Il gusto & il senso materiale sonoro della parola in bocca, che si schiude a fior di labbra e si rivela dal calore denso & bruno delle membra in cui si fa, voce spirata dalla gola dall’età dal sentimento, comunque vivida oppure morta già, che questua o canta.

E’ quasi l’alba ormai, un quarto d’ora prima delle 7 passa un merlo di qua, anche attraverso la mia stanza chiusa i tagli della sua vocalità lanciati in volo cantano allo schiarire freddo del buio nel principio del mattino.
 

 

 

 

 

 

 

IL VIAGGIO

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San Martino divide il suo mantello per coprire un povero, particolare
( immagine web )

 

 

 

 

 

 

       Scendevamo al piano di sotto per pranzare, si attraversava il bar della locanda sempre affollato di uomini. E occhi. Uno spessore fitto di sguardi. Una ripetizione estenuata di pause. Il moto della parola mille volte interdetta nell’accenno di un sorriso.
La padrona è dietro al bar, saluta, vivace. Noi chiediamo se c’è un tavolo per due. Muoviamo verso la saletta apparecchiata, la parola riprende, a ondate, cresce ancora, ci allontana, si richiude già alle spalle. Noi scivoliamo sulle frasi di una lingua che non comprendiamo, restiamo soli, attraversiamo quello spazio di parole e siamo soli, noi, che siamo già soltanto questi corpi, che portiamo come oggetti visibili di una storia che si è fatta lontano da qui. L’evidenza materiale che racconta il nostro viaggio ora attraversa la sala.

       Sediamo uno di fronte all’altra. Cresce dal nostro tavolo la paura di esistere. E poi, la muta solitudine alla quale siamo abituati fra noi si fende in questo luogo, ora diventa sociale, una marea di toni confusi cresce dal nostro tavolo, cresce da non vederti, da non lasciare spazio per vederci, sale fino a confondersi nel mormorio assordante che occupa la sala. A tratti, ci cancella.
Le ordinazioni erano state rapide e i piatti serviti subito in tavola. Si fa più lenta la parola, per un poco ci assenta. Ognuno di noi due guarda, ci guardiamo. Guardiamo. Sorridiamo. Ci scusiamo così della distanza. E poi sono finite, le parole. Finite. Lentamente sul vino il tempo era scivolato. Sono gli ultimi gesti : il caffè, il conto, lo squillo innaturale della cassa dietro alle nostre andature più gravi sui gradini di legno che risaliamo.
La stanza che oscuriamo.

       Tempo senza valore. Ancora giorno, per noi non vale più. Abbiamo inaridito il giorno cedendo all’ebbrezza, i nostri corpi si ritraggono, anonimi, confusi nel calore sazio della carne. Vengono adesso i sogni, enorme la verità troneggia sul cuore, si susseguono le immagini, il cielo, il mare, tutto il verde, la bellezza per noi dei nostri incolti è pure questa invocazione che urla dentro senza una parola, disperati in tutto il bianco di quel luogo di luce, in quell’abisso lampante e mortale.

       Separato, il cuore non parla. L’intimità del riposo nel mondo, in frantumi. Respira sul cuore un sonno sordido di vuoto. Uno spiraglio di luce incunea nella stanza chiusa, dura come roccia, una cortina di pulviscolo danzante dorato restituisce a questo straniamento ancora un po’ di umanità.
Gli occhi. Cercano intorno.

       Fuori. Sconfitta di silenzi, seduta nel riverbero dell’ora, guarda, toccata mai – l’orizzonte al crepuscolo si rispecchia sui canali – aspetta, non è cambiata, e ancora cielo fra noi.

#SanMartino
11 novembre 1993. latisana

 

 

 

 

Partiti per l’incognita di un lavoro e di una vita che si farà. Smarriti in strade estranee, paesaggi bui e sconosciuti, giunti nel paese e soccorsi da luci che presto si riveleranno festa di un giorno. Ho paura, l’angoscia mi assale, subito vorrei tornare indietro ma questa volta ci sei tu. Con voce sicura ti imponi, mi calmi e mi avvolgi per un sonno preparatore ad una nuova vita, che è già cominciata. Domani il mio primo giorno di lavoro, e troverò la neve, che per noi è come il mare per chi viene dai monti.

Giorgio
 

 

 

 

 

 

 

Questa voce di notte

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bologna. Complesso stefaniano delle 7 chiese

 

 

 

 

 

 

La vicina stamattina ha deciso che è tempo di coprire le sue piante dalle attese intemperie d’inverno, lei copre le sue piante in autunno inoltrato, scopre le sue piante al principio di ogni primavera, dev’essere anziana la mia vicina, d’estate il suo terrazzo conosce un rigoglio eroico.

Ma è piuttosto un’aria di marzo quella che nel respiro schiude di azzurri e presaga alla finestra aperta su questa notte in novembre

 

questa voce di notte
una salita impervia
di sforzo di volontà e di affidata tenacia.

 

 

 

 

 

 

 

Il sogno di una vita

 

 

 

 

 

Lavorare la materia dei giorni, nient’altro che questo, lavorare anche di notte se richiama, tradurre senza sosta nell’inerzia della carne il sogno di una vita.

 

 

 

 

 

 

 

Un autunno di marina

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Si addentra il tempo nel cuore della notte, la luna ha attraversato il cielo sul cortile, ho spento la mia lampada ho aperto la finestra, l’aria pungente porta segreta una vena di dolcezza, porta la notte d’autunno di marina, quel lume più algido nel limpido blu.

 

 

 

 

 

 

 

Primo giorno di nebbia

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Passata mezzanotte del giorno di ieri, la pace alla nostra tavola, qualcosa come una perfezione celeste in terra — una beatitudine ? Mi sento giusta, più giusta oggi con i miei passi indietro, più giusta di prima, di quando reagendo alla provocazione di resa del mio risentimento ho forzato in avanti i miei passi, un po’ di più oggi in direzione di un giusto discernimento, forse per questo più cedevole a un mite divenire. Lo smisurato abbandono al riposo serale mi fa a quest’ora priva di sforzo quasi del tutto.

 

La nebbia del mattino presto sulla via, soltanto con qualche ora di sonno sulle mie gambe incerte e liete di quel piccolo miracolo mattutino, la nebbia che si scioglie dalle ciglia e ogni passo si spinge sopra un velo di seta, dopo l’Eucaristia sotto le ali della cripta, l’Ufficio delle Ore mi sussurrava così :

 

Baruc
Impara dov’è la prudenza, dov’è la forza, dov’è l’intelligenza, per comprendere anche dov’è longevità e vita, dov’è la luce degli occhi, e la pace.

e ancora :

San Pietro Crisòlogo
. . . portiamola tutta l’immagine del nostro Autore, portiamola con totale somiglianza, non nella maestà che a lui solo compete, ma in quella innocenza, semplicità, mitezza, pazienza, umiltà, misericordia, pace, con cui si è degnato di diventare come noi ed essere a noi simile.

 

Ed io mi sono sentita a casa, innestata a vivo fra la carne e un alito che faceva il mio giorno nuovo e diverso, insieme a Shangra sulle sue 8 – 10 ore di camminata al giorno nella zona del centro, con la mia vicina in cerca di vasetti di vetro per la sua marmellata di mele cotogne, con i nipotini al telefono appena svegli, e poi la mia mamma con l’orecchio sempre incollato alla tv, con la commessa del negozio francese che oggi sono 7 anni che lavora là – un cappotto di buon taglio in lana e cachemire – e poi la spesa per far da mangiare, poca e scelta.

 

 

 

 

 

 

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[ quanto lontana oggi a ripensarci quella straniante desolazione del giorno prima, desolata dalla stanchezza di portare questo peso sempre più greve nelle mie membra, e poi anche qualcosa di più, qualcos’altro di me stessa attinto finalmente e poi lunga e penosa questa risalita, l’Eucaristia della sera aveva fatto affiorare ancora una volta lacrime di commozione sotto gli occhi chiusi, insieme a G. siamo in pieno processo di conversione, e pure il gusto per il cibo sta cambiando, ritrovavo una dolcezza insperata soltanto tardi nel cuore della notte ritornando sulla Parola della sera – tempo proprio per la chiesa bolognese – leggo parole come balsami, come perle, per tutto il mio essere riecheggia a intermittenza di vertigine il Mistero, e tuttavia ho ancora sempre bisogno d’incanto per poter vivere la mia vita, per poter essere io. ]

 

 

 

 

 

 

 

La parola della sera

 

 

 

 

 

Quello che prima mi addolorava forgiandomi a fuoco nella prova, stasera mi annoia . . .

Il merlo della sera al mio passaggio fra la pietra e il cipresso gettava nell’aria l’urgenza del suo verso.

Lc 12,49-53
tatto di fuoco impresso sopra un cuore molle di cera, prosegue la preghiera come ben radicata erba di prato alla sua zolla, inspiegabile una vena di commozione e un rapimento costante, delicato.

 

 

 

 

 

 

 

Ecco il mio bene

 

 

 

 

 

Quella parte di bene che mi si affida — alla quale io sono affidata ? eccolo farsi avanti con la sua stessa voce, mi viene incontro sotto questi occhi chiusi ed io lo ascolto, vedendolo, comprendo.

Ecco la risonanza, la plasticità del mio spazio interiore senza fine mutarsi come una membrana in cui le voci del senso prendono dimora, per un poco, perché sono fatte non per restare, ma per divenire. . .perché io stessa possa divenire da questo stato di materialità verso il cielo.

 

 

 

 

 

 

 

Alla fine del giorno

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20 ott.

Lc 12,35-38
Beatitudine come un esperire di cose del cielo nel solco del vivere quotidiano terrestre, le sue parole lo dicevano in un modo diverso, ma dopo due notti cerco di ricordarmene e di rifare con le mie parole il senso che aleggiava nelle sue, beatitudine di attendere solerti all’affidamento che abbiamo ricevuto, alla cura e alla custodia della vita in dono, la beatitudine mi visita, mi raggiunge nell’attesa del mio vivere, certo, ma non nell’attesa e basta, nell’attesa orante e dislocata dentro e fuori di me, nella solitudine e nella condivisione, ma sempre in relazione di preghiera.

Ef 2,12-22
E poi quel Cristo senza il quale eravamo senza speranza, lontani e separati tutti, attraverso il sacrificio della sua carne siamo ora innestati tutti in un’unica carne, e questa carne nello spirito di Dio.

Nella stiva dei morti con i vivi, momenti d’inattesa sospensione e poi
la voce ha cominciato a fare frutto di parole nella bocca.

 

 

21 ott.

Lc 12,39-48
Domanda della sera — quale parte di bene a me, proprio a me è stata affidata perché ne abbia cura ? Chiudo gli occhi sull’angoscia che mi dà questa domanda a bruciapelo, io che non riesco ad avere cura nemmeno di me stessa, posso soltanto pregare che un passo e un gesto dopo l’altro possa scegliere di rispondere soltanto a ciò che è bene, perché tutto mi è stato dato e perciò tutto mi verrà chiesto indietro.

Gli occhi ritagliano un’attesa dicente già.

 

 

 

 

 

 

 

« Mandi, frut »

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Di tutte le pagine che leggo nella notte, mai avrei immaginato che queste righe che dicono di una madre mi obbligassero a fermarmi, ad abbandonare il libro aperto sul tavolo, ad allontanarmi con gli occhi chiusi a contemplare nel buio quel silenzio del cuore.

 

 

 

Mia madre, sempre così silenziosa ; capace di nascondere inaudite sofferenze dietro un volto composto e naturale. Pensate solo a una madre di nove figli che non sa mai se e come riuscirà a sfamare di giorno in giorno tutte quelle bocche ; e come vestirli ; e come riscaldarli nei gelidi inverni del nostro freddissimo Friuli. E tuttavia, mai che abbia sentito un lamento, anche se l’ho vista tante volte piangere segretamente. Eppure era così dignitosa.

E poi sempre con quell’idea di essere noi i più poveri del paese ; e per questo, perché eravamo così poveri, non voleva neppure che io mi facessi frate e tanto meno sacerdote :

«Perché sono cose troppo grandi per noi».

E ha avuto sempre paura per le mie scelte fino in punto di morte.

«Figlio, ricordati che noi siamo poveri, e non possiamo offendere la gente»

Questa era mia madre. Ogni volta che la vedevo era uno strazio. E naturalmente, con l’arrivo delle nuore e dei nipoti ( i fratelli erano sempre lontani ), le cose erano peggiorate. Inoltre, il primo di tutti noi, il maggiore, fin dal 1923 non scriveva più a casa, e nessuno sapeva niente di lui, se era vivo, se era morto ; nulla fino a quando lei è vissuta ; nulla fin quando io, dopo la sua morte, sono riuscito a scoprire dove stava ; e solo allora siamo venuti a sapere che non scriveva perché aveva soltanto disgrazie da comunicare ; aveva infatti avuto anche lui otto figli e gli erano morti tutti, l’ultimo a 18 anni sotto i bombardamenti sulla linea Maginot. E mia madre che sentiva tutto questo, di disgrazia in disgrazia, e taceva.

Sì, io ogni volta che partivo da casa le auguravo addirittura la buona morte, sempre : con la morte aveva tutto da guadagnare.

 

 

E lei
dalla piccola finestra
a salutarmi :

              « Mandi, frut »

mentre riprendo la strada. . .

 
David Maria Turoldo

 

 

 

 

 

 

Dal suono della sua voce

 

 

 

 

 

La prima volta in cui le diedi una breve raccolta dei miei ultimi versi, le dissi che si trattava di poesie semplici, che non portavano significati da interpretare, e nemmeno una particolare inclinazione alla musicalità della parola ; le dissi che erano il tentativo di cogliere soltanto l’attimo in cui qualcosa si rivela, è tutto. E mi sorpresi allora di quella mia franchezza, della facilità con la quale riuscivo a esprimere qualcosa che non sapevo, di cui mai prima d’ora mi ero accorta di sapere di me.

Rimasi colpita dal suo apprezzamento immediato e altrettanto franco, tutto veniva semplice, senza nessuno sforzo, nessuna complicazione. Da allora io sono diventata la poetessa ; da parte mia, so di esserle stata amica quando ancora non mi aveva rivolto la prima parola.

Tre giorni fa un altro gruppo di versi, stavolta ricopiati a mano che non c’era tempo di fare meglio di così, e comunque la mia grafia è abbastanza leggibile ; pur nella fioca luce del portico di sera lei leggeva, io ascoltavo la voce, che non era adesso la mia, la sua voce scorreva lungo i greti di poesia allo stesso passo della parola sulle mie labbra mentre si fa, e lo stupore sul suo volto alla fine di ogni lettura era senza parole pari al mio davanti a tutte quelle cose miracolosamente qui, di nuovo in mezzo a noi, portate dal suono della sua voce.

 

 

 

 

 

 

 

Senso di parole

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Le labbra sono lo strumento di produzione del poeta : egli lavora con la voce.
— a proposito di Osip Mandel’štam

 

 

Passata mezzanotte, come in un lungo viaggio in questa fine del giorno già addentro alla sua notte, viaggio di senso di parole, di voci delle cose mentre vengono alla luce nell’orecchio, di vena di scrittura che prende tutto il tempo per sé — sto ritornando a scrivere poesia, perciò alle notti sveglia e ai mattini rinchiusi e luminosi dentro, tagliata fuori dal resto del mondo, al lavoro prosaico di riportare la vita delle labbra sulla pagina, in quell’altra forma di vita che è il senso di parole, sforzo immane, assurdo battito del tempo e tuttavia più vero per me, e spingere e far passare nel ritmo di questo tempo pure tutta la vita materiale che mi avanza.

 

[ Mt 22, 15-21 ] Ricevere la Parola e non solo ascoltarla certo è possibile con un cuore aperto e con la grazia dello Spirito, ed io ricevo la Parola insieme al modo particolare di colui che me la porta, ed è parola incarnata ;
e a chi più è stato donato di più sarà richiesto,
il potere di cui disponiamo per realizzare in terra quello che sta nei cieli,
discernere fra tutte la priorità che è fondativa di quello che siamo noi,
non cedere alle scelte provocate da domande maliziose – che sempre dividendo ingannano, sempre mutilano la misura piena della verità delle cose,
amare sopra ogni cosa e ( aggiungo io ) non lasciare mai che alcuno vada perduto. . . …

 

 

 

 

 

 

 

Guai a noi !

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Lc 11, 42-46

L’ammonimento a portare il proprio cuore in tutte le cose e la piumata carezza della voce nell’ascolto della sera, certi ritorni la notte di melodie d’inni nell’orecchio, quanto lontani quei risvegli nel mattino con tutta la vita dentro ogni giorno tutta da riconsiderare, sbuccio il frutto dei peri di collina ed è curioso sentire sotto il coltello certe concrezioni invisibili e dissodare allora delle durezze la polpa, il sugo di pomodoro di tradizione salentina riscaldato dall’aroma dei chiodi di garofano e del curry più dolce, i ceci profumati in bocca di curcuma e di cumino verde dei prati, rari versi d’uccello da rimeditare svelti in poche righe e tante pagine da aggiornare sul commonplace.

 

 

 

 

 

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Ritorno a casa

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Alla vigilia della mia riconciliazione, ieri notte ho visto me come un cavallo da tiro che per tutta l’estate ha fatto la spola senza sosta – come una bestia da soma che trasporta una teoria immane di pesi da un luogo all’altro, svuotandone uno riempiendo l’altro, lungo lo stesso tragitto una volta dopo l’altra aver creato anche un ponte d’aria più fine, via via cedendo anche il dolore e il suo pianto, la solitudine, l’impazienza e la vana attesa. Ora sto per tornare di nuovo a casa.

Ricomincio a fare, a ri—sentire facendo, a gustare nuovamente dolcezza & pazienza, la quotidianità “ ha ripreso a girare “, ha ripreso a nutrire e a riscaldare, a smuovere tutte le cose lasciate incolte, e questa tenerezza per l’impegno profuso, per tutta la fragile fatica, la miracolosa fatica del giorno-per-giorno finalmente affrancata dalla malinconia della vecchia vita materiale.

 

 

 

 

 

 

 

Per una poetica

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E’ stato il primo giorno d’inverno, l’aria pungente improvvisa, la pioggia fredda & copiosa. Questa notte senza voce.

Mentre scrivo ho l’impressione straniante & familiare di trovarmi in una notte all’inizio dell’anno a venire —
significa che non è soltanto una convenzione il tempo che passa con le sue ricorrenze, proprio come la lingua delle stagioni che ci ostiniamo ancora a parlare, anche se ormai sono rotte le Ore, che è come dire che è questo soltanto il mondo che sappiamo nominare.

Forse, il senso ci precede e sopravanza il passo dei nostri giorni, e allora forse noi siamo sempre immersi nel senso ; il fatto mi consola.

 

 

 

 

 

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E’ un momento in cui mi sento salda in coscienza & sicura nella mia inclinazione poetica, è un momento di cui non saprei dire nulla, ma proprio nulla, un momento che non saprei descrivere, che sopraggiunge inatteso e diverso da altri che possono averlo preceduto e che gli possono assomigliare;
come se il tempo più recente della mia vita fosse stato a mia insaputa un tempo di supplica e di prova, di supplica insistita e di infaticabile prova, quasi una forgiatura in rarefazione d’aria.

[ Non riconoscermi intorno & non appartenere, avvertire sempre bruciante la mia mancanza, la differenza & la lontananza fino all’abbandono sono cose che si sono plasmate addosso ; dirmi poeta è accettare di scegliere la parola come passo e orizzonte, scrivere come seguire, senza sapere, seguire soltanto la verità.

Unico conforto è questa specie di Aperto che sempre mi soffia dentro, è con questa spinta di attrazione chiara & forte che mi confronto e che mi oriento, che da sempre mi regge e mi salva. ]

 

 

 

 

 

 

 

Senza perché

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Iniziativa di CEFA sulla piazza Maggiore di Bologna.
 

 

 

 

 

E trovare una piccola morte fra stomaco & cuore all’uscita accaldata dal sonno, la fibra reclama l’inerzia e levarmi è una spinta del tutto innaturale, quando si dice che lo spirito manca, se non venisse solerte in ascolto — anzi, è già qui ! come potremmo infilare di vita un giorno dopo l’altro. . .

E siamo a sabato, senza sapere perché.

 

 

 

 

 

 

 

A rima baciata

 

 

 

 

 

La parola nei Vespri stasera s’è fatta voce di tortora, sprofonda nella lode, dimentica di sé, nella spossatezza ritorno a casa sgravata, il passo sciolto negli inguini, porto le orbite immerse nell’aria come in un fascio di acque che arrivano fino alle tempie, sono in pace, e non è una sensazione esaltante, né di benessere, piuttosto mite, unita a rima baciata a un sentimento bruno di tutte le cose, umile forse.

 

 

 

 

 

 

 

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Bologna, per i Giardini Margherita e ritorno.

 

 

 

 

 

 

 

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Sulla piazza Giosuè Carducci

 

 

 

 

 

 

 

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Sulla piazza Giosuè Carducci

 

 

 

 

 

 

 

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Alle terrazze dello Chalet

 

 

 

 

 

 

 

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Dalle terrazze dello Chalet

 

 

 

 

 

 

 

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Dalle terrazze dello Chalet

 

 

 

 

 

 

 

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Per i Giardini

 

 

 

 

 

 

 

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Per i Giardini

 

 

 

 

 

 

 

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Per i Giardini

 

 

 

 

 

 

 

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Lungo via santo Stefano

 

 

 

 

 

 

Qualche cosa che passa

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Di notte dunque tu crei
di notte discendi dai cieli
— DMT

 

 

Nel buio della notte, nel cuore del silenzio, accade di vegliare qualche cosa che passa, che annebbia di sonno, che desta dal sonno, che tende queste fibre fino allo spasimo muto.

 

 

 

 

 

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Mancare :

l’azzurro teso nel cielo del mattino,

il respiro salmastro che corre nel vento,

 

 

sfibrare
le alte mura che recingono ogni passo, ogni gesto,
istante dopo istante per l’attesa di un guadagno d’impalpabile
etereo.

 

 

 

 

 

Una latente felicità

 

 

 

 

 

Non capisco questo sollievo misto a fatica da garottata, questi ossi schiodati che non si tengono più, primo levarmi nel mattino, la confusione sovrana mi tenta.

E’ complicato fermarsi ad ascoltare – abbandonare & abbandonarsi – mortificarsi è inevitabile, ieri notte ha soffiato più forte sulla polvere il vento dello spirito ed io ho compreso e ho visto, oggi primo giorno di ottobre, il tempo di una nuova iniziazione anche se ormai sono rotte le Ore, si dispone l’orecchio più addentro a ogni cosa che muta, anche se lo vedi soltanto dopo se qualcosa in parole è avvenuta, soltanto dopo aver giocato d’azzardo tutto il tempo che ti sei presa in prestito e non puoi più restituire.

Nell’aria un trabocco di spinta vitale, inspiegabile mentre tutto intorno sembra che muore, un lucore poroso dalla coltre nel cielo per tutto il giorno è disceso più intimo sulle cose del mondo, e un odore così nell’umido d’arie si esala fin dentro al mio respiro come una vena latente di felicità.

 

 

 

 


 

Giovanni Gabrieli, Sonata No.20 à 22

 

 

 

 

 

TAEDIUM VITAE

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David Maria Turoldo

 

 

 

Vorrei scrivere in ginocchio, per quello che ho da dire : o meglio prostrato a terra come certo doveva sentirsi il Cristo nell’orto degli Olivi. Non si sente diversamente il taedium vitae. E anch’io in questi lunghi giorni e lunghissime notti ho sentito il taedium vitae. Dire altro ? No, è inutile, ci sono troppi scoraggiati nel mondo, e siamo tutti responsabili gli uni degli altri. Proprio in questi giorni il figlio diciassettenne di una mia amica si è suicidato, sparandosi un colpo di pistola : a 17 anni !

E però il dolore, la sofferenza ti ammazza in maniera ancora più crudele che non il suicidio ; e questo malessere che non riesci a contenere. Descrivere tutte le parti dolenti ? Tutte le fasi di spasimo ? Impossibile ; e per di più imprevedibili. Sarà necessario abituarsi : come si faccia Dio solo lo sa. Non pensare, fingere di non pensare, di non sentire. Ad esempio, non è che mi sia assente la paura di impazzire. E così, ormai da mesi.

Signore, abbi pietà di me.

 

 

 

 

 

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Nel lucido buio di David Maria Turoldo
A cura di Giorgio Luzzi, Biblioteca Universale Rizzoli . 2002

 

 

 

 

 

 

NEL LUCIDO BUIO

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David Maria Turoldo

 

 

 

E nel lucido buio, uguale
a un luminoso vuoto, pensare,
ma non sai a che cosa : poi
la dolcezza del dormire :

sarà così la sua venuta ?

 

 

 

 

 

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Ancora lo spalto mio
è una frontiera :

orrenda è l’aggressione
selvaggia la mischia
i colpi non hanno misura :

ma l’olio più dolce alle ferite
è la vostra amicizia, o cari,
quando fede dà senso anche all’assurdo.

 

 

 

 

 

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Nel lucido buio di David Maria Turoldo
A cura di Giorgio Luzzi, Biblioteca Universale Rizzoli . 2002

 

 

 

 

 

 

Quello che siamo noi

 

 

 

 

 

Siamo semi piantati dal vento nelle vene di terra sugli anfratti dei fiordi, solitari e battuti dal vento, custoditi nei rovi, concimati di sale.

Siamo piante migranti nel sogno, nelle nebbie d’autunno sorpresi, e dagli alberi spogli, dalle piazze deserte gelate al mattino presto, ed è silenzio anche il pane.

 

 

 

 

 

La via dicente di una brezza

 

 

 

 

 

Levarmi alle 11 nella luce e nella quiete sul cortile del mattino, ancora senza una parola e già frenare nella mente la tentazione del disordine che opprime e sconforta la materia dei giorni, disporre l’orecchio addentro al viaggio che fanno le brume d’autunno, e dall’involo per l’aria che fa un silenzio gestante apprendere come di mani e parole posso sfilare anch’io la densità dell’oggi come la via dicente leggera il sogno di una brezza

. . . . ……..

( ultima versione del testo revisionato il 25.IX )

 

 

 

Nell’ascolto di Philippe Aigrain

 

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Nell’ascolto di Aunryz

 

Nous aide à entrer …
dans cette lente transition
du jaune au gris.

Une porte entre-ouverte sur la brume
capture la lumière d’aujourd’hui
appelle sa présence dense vers demain

 

 

 

Grazie a Philippe e a Aunryz per la risonanza delle loro voci.

 

 

 

 

 

 

LA MATERIA DEI GIORNI

 

 

 

 

 

…le coincidenze spazio-temporali, oggi 19 settembre come un anno fa mi viene lo spunto di come proseguire le pubblicazioni su *PARADISE — le cesure, le soluzioni dì continuità non sono mai state il mio forte, e d’altra parte neppure le continuità a tutti i costi, piuttosto vorrei poter essere in grado di riempirli quei buchi d’esistenza, così inevitabili, di riparare quegli sfilacciamenti…..un anno fa pensavo di continuare a scrivere su *PARADISE dopo una lunga assenza con la compilazione di una nuova pagina, dal titolo PIOVE D’AUTUNNO, ma quasi subito mi rendevo conto che non era quello il modo di svoltare, e oggi, un anno più tardi, la possibilità di cambiare arriva stavolta da dentro per ispirazione di senso, di maturazione di senso come fosse una conversione di forma di vita, così #PARADISE da oggi cambia nome, può farlo perché adesso mi si è illimpidita la sua prospettiva, il suo andamento lo daranno i giorni.

 

 

 

 

 


 

 
*PARADISE era il titolo che avevo scelto per questo blog che iniziavo a compilare nel novembre del 2015, ispirato direttamente all’omonimo titolo della retrospettiva dedicata a Cy Twombly a Ca’ Pesaro di Venezia che avevo visitato nell’estate dello stesso anno. L’immagine di testata del blog era un particolare di “Camino Real” ( con riferimento all’opera omonima di Tennessee Williams ), un dipinto che faceva parte dell’ultimo ciclo di opere dell’artista.
 

 

 

 

 

 

Prendersi cura

 

 

 

 

 

 

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NOUS NE SOMMES PAS EN GUERRE et n’avons pas à l’être…
par Sophie Mainguy, médecin urgentiste

“Il est intéressant de constater combien nous ne savons envisager chaque événement qu’à travers un prisme de défense et de domination.
Les mesures décrétées hier soir par notre gouvernement sont, depuis ma sensibilité de médecin, tout à fait adaptées. En revanche, l’effet d’annonce qui l’a accompagné l’est beaucoup moins.
Nous ne sommes pas en guerre et n’avons pas à l’être.
Il n’y a pas besoin d’une idée systématique de lutte pour être performant.
L’ambition ferme d’un service à la vie suffit.
Il n’y a pas d’ennemi.
Il y a un autre organisme vivant en plein flux migratoire et nous devons nous arrêter afin que nos courants respectifs ne s’entrechoquent pas trop.
Nous sommes au passage piéton et le feu est rouge pour nous.
Bien sûr il y aura, à l’échelle de nos milliards d’humains, des traversées en dehors des clous et des accidents qui seront douloureux.
Ils le sont toujours.
Il faut s’y préparer.
Mais il n’y a pas de guerre.
Les formes de vie qui ne servent pas nos intérêts (et qui peut le dire ?) ne sont pas nos ennemis.
Il s’agit d’une énième occasion de réaliser que l’humain n’est pas la seule force de cette planète et qu’il doit – ô combien- parfois faire de la place aux autres.
Il n’y a aucun intérêt à le vivre sur un mode conflictuel ou concurrentiel.
Notre corps et notre immunité aiment la vérité et la PAIX.
Nous ne sommes pas en guerre et nous n’avons pas à l’être pour être efficaces.
Nous ne sommes pas mobilisés par les armes mais par l’Intelligence du vivant qui nous contraint à la pause.
Exceptionnellement nous sommes obligés de nous pousser de coté, de laisser la place.
Ce n’est pas une guerre, c’est une éducation, celle de l’humilité, de l’interrelation et de la solidarité.”

cliccare QUI per l’articolo originale

 

 

 

 

 

Tombeau – Serge Marcel Roche

 

 

 

Tombeau

 

Vieux mort déjà, vieux squelette au genou brisé, dont la chair cancéreuse éclairait ton corps dans la pièce, avant, au Pavillon, où près de l’entrée un figuier lance encore ses racines autour d’une statue, mère de ce trou d’ombre, toi tu ne voyais plus la lumière du soir, seulement le plafond.

Un temps je t’ai abandonné c’est vrai, savais-je ou pas que pour trois cent cinquante francs, dans un bordel à ciel ouvert la mort t’avait mangé le sang ? Je viens avec l’huile, le pain, et ce dire : tu vas t’en aller bientôt, je regarde ta courte agonie, la disparition de l’effroi, qu’est-ce qui te ferait plaisir ? Des biscuits et du chocolat.

Tombeau de Simon Z.

 

 

 

 

Vecchio già morto, vecchio scheletro dalle ginocchia sbriciolate, di cui la carne cancerosa faceva il tuo corpo lucente nella stanza, avanti, al Padiglione, dove vicino l’entrata un albero di fico lancia ancora le sue radici intorno a una statua, madre di questo buco d’ombra, tu, tu non vedevi più la luce della sera, soltanto il soffitto.

Ti ho abbandonato, è vero – è passato del tempo – sapevo o non sapevo che per trecentocinquanta franchi in un bordello a cielo aperto la morte ti avrebbe succhiato il sangue ? Sono venuto con l’olio, il pane, queste parole : sei prossimo ad andartene, osservo la tua breve agonia, la scomparsa di ogni sforzo allo spavento, c’è qualcosa che vorresti ? Dei biscotti – rispondi – e del cioccolato.

traduzione dal francese di rosaturca

 

 

 

 

 

 

Ngola la nuit – Serge Marcel Roche

 

 

 

Ngola la nuit

 

Ngola s’aborde aussi la nuit, avec des corps d’ombres, ses lumières presque passées, défaites et le fil de son œil qui tourne à l’angle d’un désespoir. On voit des mains gémir contre le mur des cours et des vies de non vivre marcher là pour s’offrir au risque de la peau — la vitesse de l’auto fractionne les désirs. On voit des faces dont les yeux n’accordent le regard qu’à la honte d’autrui et sa fierté secrète, aux plissures cachées de l’iris dans l’orbe du hasard. Veillent des mannequins sans bras, blancs d’un silence trop plastique. Leurs songes froids de choses meurent au fond des boutiques, derrière sur un peu d’eau flottent les rognures du jour, tous les cheveux coupés, des rajouts qui n’ont plus de tête. Là où plus loin les néons clignotent, ayant rabattu sa capuche, quelqu’un rentre le cœur éteint.

Ngola la nuit (son corps caché)

 

 

 

 

Ngola si avvicina la notte, porta con sé dei corpi di ombre, quasi passate e disfatte le sue luci e il filo del suo occhio che gira all’angolo di una disperazione.

Si vedono mani gemere contro il muro di corsi e di vite da non vivere, camminare là per offrirsi rischiando la pelle — la velocità dell’auto fraziona i desideri.

Si vedono facce i cui occhi non accordano lo sguardo che alla vergogna altrui e la sua segreta fierezza ai plissé appiattati dell’iride nell’orbita dell’azzardo.

Vegliano manichini senza braccia, bianchi di un silenzio troppo plastico. Freddi, i loro sogni di cose muoiono al fondo delle boutique, dietro galleggiano su un po’ d’acqua i ritagli del giorno, tutti i capelli tagliati, aggiunte senza più testa.

Là dove più lontano i neon mandano una luce intermittente, dopo aver abbassato il cappuccio, qualcuno entra con il cuore spento.

Ngola di notte (il suo corpo sottratto)

traduzione dal francese di rosaturca

 

 

 

 

 

 

Volo lento

 

 

 

 

 

 

 

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Quasi le sei, del ciclamino i nidi nel crepuscolo stingono l’aria della sera profumando sul cortile una dolcezza di boschi, della luce apprendo la parola che mi fa restare, quando invece saprei l’ora di andare : a coltivare la forma del mondo, e accettare in quella di consumare la mia.

 

* * *

 

Ieri sera nella pratica di tiro abbiamo provato il mio arco, abbiamo guardato come s’involano le frecce, ne abbiamo provate diverse. Lo scopo sarebbe quello di trovare la freccia giusta nell’equilibrio fra l’arco e l’arciere, si potrebbe anche dire la freccia adatta per mettere l’arco e l’arciere nella giusta relazione — quella più consona, più naturale ?

Io non ho l’occhio per seguire la traiettoria di questo corpo sottile che scocco dalla mia corda ; non ho l’orecchio per sentire se l’arco mi vibra appena nella mano dal rumore che fa dopo il rilascio della corda. Più grossolanamente, posso avvertire del volo soltanto la spinta che alla freccia s’imprime dalla sua coda, l’eco di quella spinta che resta attaccata un istante di più sulla mia corda, vibrandomi nelle spalle fino al centro del petto ; posso avere l’orecchio di quella spinta come conclude la sua corsa nell’impatto sul bersaglio.

Verso la fine della pratica abbiamo raggiunto un’opinione di massima sulla freccia da scegliere, tanto per incominciare ; poi Andrea mi propone di tirare con una freccia di legno, me ne offre una delle sue, normalmente tiriamo con frecce in carbonio. Ho scoccato allora la freccia e subito ho avuto l’impressione fisica prolungata di tutta l’ampiezza della distanza che c’era fra me e il bersaglio, l’aria che invece di essere solcata da un tiro secco slanciato al limite del suo sforzo e riverberante nel suono emesso dall’arco, l’aria si riempiva ora di una palpabile plasticità che era la forma del volo lento della freccia. Ho saputo allora che non è tutto sentirmi nel cerchio fisico e magico dell’arco fatto apposta per me mentre si tende, che ci si può proiettare anche fuori dal cerchio.

E’ stato così che ho saputo in modo definitivo cosa vado cercando, l’ho saputo in un istante delle mie membra, ne ho serbato vivida impressione nel mio spirito.

14.II.2020
 

 

 

 

 

 

 

 

Amo uscire nella sera

 

 

 

 

 

 

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Via degli orefici, nel cuore della città antica, fra le due torri che affacciano sul decumano massimo e l’area del mercato medievale. L’aria corre leggera e fresca, gli alberi in incipiente fioritura. Amo uscire di casa da sola nella sera poco prima dell’ora di cena, mentre piuttosto si rincasa io cammino controcorrente, faccio un giro fino nei dintorni della piazza Maggiore, appena in tempo per comprare il pane e forse qualcos’altro da aggiungere alla nostra cena che ho cucinato prima di uscire.

Fuori dal Mercato di Mezzo una donna mi intercetta con lo sguardo, mi ha guardata con un lampo negli occhi come se mi riconoscesse – sarà per il basco e il lungo cappotto nero, tenuta da outsider ormai… – mi viene incontro sorridendo, mi dice di essere francese, insieme alla figlia e al marito stanno cercando un posto dove mangiare spaghetti alla bolognese — Non spaghetti, dico io, ma tagliatelle alla bolognese ! E li accompagno sotto le due torri nel posto migliore che c’è. Lungo il breve tragitto la donna francese ed io conversiamo in italiano, il marito mi cammina alle spalle con passettini a causa del poco spazio fra noi e della sua mole gigantesca rispetto alla mia.

Rimango per un poco sotto le torri, le spalle appoggiate al pilastro del portico, fra via Rizzoli e piazza della Mercanzia, un numero considerevole di auto passa di qua nonostante l’ingresso a traffico limitato, l’aria non è delle più respirabili…ma come staccarsi dall’incanto di questa pietra manufatta e tuttavia pur sempre selvaggia nella sua grana, nel suo adombrarsi di bruno, di questo spazio architetto e nello stesso tempo da forra di collina, e tutto mentre si sfuma nell’oscurità fino quasi a scomparire dalla vista ( i francesi non si erano accorti delle torri ) .

Amo uscire la sera prima di cena, quando è già tardi, troppo tardi per andare dovunque, e ancora troppo presto per la notte e la sua liberata gratuità.

11.II.2020
 

 

 

 

 

Notturno

 

 

 

 

 

 

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Posso ancora chiamarti Artemide stanotte sul vivaro, e risentire la tua frescura silvestre soffiarmi ai fianchi, e anche più su, fino a un passo dal cuore.

 

 

Ondeggiava piegando le ginocchia, danzando sul posto al suono che da un telefono cellulare gli entrava nella testa, si può distinguere la testa che oscilla, le braccia distese come due ali che planano nell’aria sulla piazza buia. E si sente ripetere parole a voce alta, da solo, si sente cantare in spagnolo sopra un ritmo latino.

E poi si sa, stanotte nella piazza non è solo come sembra il giovane straniero, e non è ubriaco, nè pazzo.

8.II.2020
 

 

 

 

 

Una selvaggia felicità

 

 

 

 

 

 

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Non c’è verso di svuotare l’acquaio, non si riesce a tenere la cucina pulita e in ordine mai più. Si fa da mangiare con costanza, a tutte le ore è possibile consumare una pietanza cucinata al momento.

Per fortuna mi sveglia la tua telefonata. L’una del pomeriggio, tu non approvi. Io bevo tutto il caffé nella napoletana, faccio per abitudine una colazione quasi di tipo continentale. Hai detto al telefono che fuori è una splendida giornata, è vero, fuori dalla finestra splende il sole, ma non hai detto il tormento inflitto dal vento alla grotta del cielo in cui l’azzurro non ha più ricetto, e i colpi battono forte e si sbianca la luce e m’inquietano invisibili questi corpi d’arie palpabili in corsa da cui esala inedita una selvaggia felicità.

Confusa al vento vaga pure una voce di bambina, in forma di canto piano.

Dimora nella notte una gratuità smisurata. E una incondizionata libertà che tutto accetta, tutto ama. Partire alla volta del senso con meno di questo non si può.

 
5.II.2020
 

 

 

 

 

Regine

 

 

 

 

 

Mi ritrovo stanotte sulla via dei miei pensieri ; forse perché mi sveglio tardi nel giorno, oppure per altre necessità del caso, che ignoro, io sono e so chi sono soltanto adesso

e l’esitare

e il distaccarmi lenta

e l’altrove nei gesti

 
4.II.2020
 

 

 

« Mi è tornata alla mente una vignetta che Amalia aveva fatto tempo fa, aveva disegnato una donna che diceva — Fatevi regine della vostra vita. In quel treno, in quell’alienante Milano eravamo così ” regine della nostra vita “, grazie anche al sorriso di Maria, e non ci riconoscevamo in quello che gli altri pensavano di noi. Noi eravamo noi, e loro, ” loro “. E basta. »

 

Fabrizia Ramondino, Passaggio a Trieste
Torino 2000. EINAUDI
 

 

 

 

 

Misconoscimento

 

 

 

 

 

 

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Naturale forse questo scoramento in cui si scivola al fondo della sera,

santo forse
pure questo mis — conoscimento
in
cui
si avverte intorno a sé di restare
abbandonata.

 
2.II.2020
 

 

 

 

 

Obbligo d’amore

 

 

 

 

 

 

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Se le parole del mattino vengono come i fiori spuntano all’aurora, le parole della notte si fanno limpido scandaglio alla distesa di ciò che sta profondo.

 

 

 

 

 

LE MAGIE DEI MAGI

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« Si dice che da Balaam sorse la stirpe e la casta dei Magi, la quale era fiorita in Oriente. Essi ebbero in loro possesso le scritture che contengono le profezie di Balaam, compresa quella che dice — una stella spunterà da Giacobbe, un uomo sorgerà da Israele. »

Origene OMELIA SUL LIBRO DEI NUMERI

 

 

Altrove ( CONTRO CELSO, I, 59 ) lo stesso Origene dava un’ulteriore versione della vicenda dei Magi. Era avvenuto infatti che i Magi, allorché un certo giorno tentarono di mettere in opera i loro abituali sortilegi, si accorsero che questi erano diventati inaspettatamente inefficaci. Constatato il fallimento, ne dedussero che un grande avvenimento dovesse essersi verificato, e osservando in cielo un segno divino, la stella, si misero dunque in cammino verso Betlemme.

 

Ma per quale motivo le « magie » dei « Magi » in quell’occasione avevano perso tutto il loro potere d’incantamento ? Origene spiega anche questo. Non era solo perché le schiere degli angeli, cantando a Betlemme le lodi del Signore, avevano sconfitto gli spiriti malefici ma erano state soprattutto « la forza di Gesù e la divinità che era in lui » a rendere vane le loro arti. E contrapponendo direttamente Gesù – anzi la sua « forza » – alle arti magiche dei Magi, abbastanza inaspettatamente la figura di Cristo si avvicina a quella tratteggiata dallo studioso di storia del cristianesimo Morton Smith, che nel suo libro dal titolo eloquente GESÙ MAGO, sostenne che Gesù sarebbe stato a sua volta un taumaturgo, non troppo diverso da quelli che all’epoca circolavano numerosi nel mondo mediterraneo, in una cultura in cui anche fra i cristiani le arti magiche avevano una consistenza effettiva, erano considerate realmente potenti e per questo motivo, oltre che temute, erano anche rispettate.

 

Se gli angeli avevano annunziato che a Betlemme era nato il Salvatore, i Magi certificano la verità di questo annunzio : Gesù è il vero Dio, al quale le altre religioni possono ormai solo prestare omaggio. I Magi non sono lì semplicemente per affermare che « questa stella annunzia la nascita di un personaggio straordinario » ; essi intraprendono un lungo viaggio, si recano da Erode per interrogarlo, porgono un omaggio solenne al neonato, ricevono addirittura un messaggio celeste che permette loro di sfuggire alla crudeltà del tiranno… Troppo per dei semplici astrologi. Qualunque sia allora l’interpretazione da dare a questi enigmatici personaggi ( siano essi maghi, taumaturghi, savi d’Oriente, sacerdoti di antiche religioni ), ci pare certo perlomeno il fatto che Matteo li ha fatti giungere fino a Betlemme per certificare la nascita del « vero » Salvatore dell’umanità. Rivediamo dunque il racconto dell’evangelista :

« Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Ed ecco, alcuni Magi vennero da Oriente a Gerusalemme e dicevano : ” Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei ? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo “. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero : ” A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta :
” E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda : da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele “.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo : ” Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo “. Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino.
Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, fecero ritorno al loro paese per un’altra strada. »

 

 
Maurizio Bettini IL PRESEPIO, Edizioni EINAUDI

 

 

 

 

 

 

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E’ questo il canto

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Un altro nome del silenzio, gravido di senso sonoro ; nell’aria la sua plasticità che si fa voci.

Orfeo nella selva, riporta all’incanto dell’uno la possibilità plurale delle voci, erigendo nuovamente di silenzio nell’orecchio delle fiere un tempio.

 

 

 

 

 

Il giorno lo manda il dio

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Un vivere mesto, oggi, intrappolato — da cosa, da chi ? Il giorno che ha mandato il dio ha giocato a dadi oggi con i miei sforzi d’integrità di tutta la vita ; ha provato a scommettere tutte le solitudini di questo abbandono per la facilità dei sorrisi degli altri.

 

 

 

 

 

” Diecimila battiti di ali in volo “

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Il sole offuscato di grigio nel cielo della sera dietro le coltri di umidità che s’addensano nel vento, lungo la strada sono svaniti come un sogno i campi di grano che la costeggiano e il commovente mistero dell’oro di spighe al tramonto che solo dieci giorni fa si era rivelato lungo la provinciale per Torre Verde.

E’ pronto il mio arco da tiro, insieme a Giorgio e ad Andrea siamo venuti per portarlo a casa, nel tinello verde dalle finestre chiuse sul tramonto estivo non riesco a riconoscerlo subito fra gli altri, mi aiutano a cercarlo. Quando poi il palmo della mia mano si tiene all’impugnatura, la naturalezza della presa che Franco ha saputo raggiungere con un lavoro di precisione, mi permetterebbe di riconoscerlo ad occhi chiusi.

Andrea lo soppesa e lo valuta equilibrato per la buona distribuzione delle sue masse ; probabilmente farà pure un bel suono nel rilascio della freccia, avrà una bella voce, ma bisognerà che lo provi su un vero campo da tiro, il battifrecce nell’orto è troppo vicino e rumoroso. Insieme avevamo scelto il colore dei legni : dal castano chiaro al biondo scuro passando per un color miele ; lo scavo ad arte delle fasce dei legni di spessori e colori diversi ha creato, dalle mani di Franco, nel cuore dell’impugnatura il disegno di una piccola farfalla.

Franco ha pure qualche albero da frutto che cresce nell’orto, ha fatto un raccolto abbondante di albicocche, prima di ripartire ce ne regala un po’.

 

 

 

 

 

 

 

Giorno di gara

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Vizzano in primavera è un incanto di verde distesa di colline, e dall’alba al tramonto un nido di canti di uccelli sotto il cielo, lungo il famoso cammino della Via degli Dei che collega in un percorso a piedi Firenze a Bologna. E di viandanti ne passavano anche domenica con gli zaini sulle spalle, costeggiando il campo di tiro degli Arcieri della Rupe dove fin dalle prime ore del mattino si organizzavano i preparativi per accogliere i partecipanti alla gara : all’aperto il banchetto per registrarsi e il gazebo ristoro con bevande calde e torte appena sfornate, nella casetta di legno già si pensava a preparare il pranzo.
Completate le registrazioni e composte le squadre, gli arcieri organizzatori accompagnavano i partecipanti alle piazzole, e intanto una pioggia leggera via via più insistente, poi lenta e costante fino alle prime ore del pomeriggio, avrebbe dettato il passo alla gara : chi ha rinunciato al percorso poco dopo l’inizio e chi si è ritirato dopo un certo numero di piazzole, quelli che si sono lasciati coinvolgere dalla pioggia affrontando l’imprevisto atmosferico con spirito di gioco – il campo era in sicurezza – altri invece si sono misurati con la difficoltà. Per tutta la durata della gara non è mancato ai partecipanti il supporto degli organizzatori con ristori e interventi per agevolare l’accesso alle piazzole ; ma sotto la pioggia battente il terreno argilloso del bosco è diventato sempre più fangoso e ha fatto desistere le squadre dal completare il percorso che gli Arcieri della Rupe avevano preparato con passione in settimane di lavoro. La gara è stata allora sospesa per maltempo dopo 16 piazzole, rimanendo comunque valida per la qualifica al Campionato Italiano.
Nelle prime ore del pomeriggio tutti i partecipanti si sono ritrovati sul campo base per il pranzo allestito sotto i gazebo, lo spirito conviviale ha alleggerito ciascuno della fatica della giornata intrecciando racconti e bocconi e sorsate di vino. Soltanto nel pomeriggio i nuvoloni di pioggia si sono diradati ed è apparso il sole a riscaldarci dopo il freddo patito, e sul campo usato per i tiri di prova gli arcieri di tutte le compagnie si sono rimescolati conversando fra un tiro e l’altro finalmente in relax.
Infine il momento della premiazione dei vincitori di categoria da parte del presidente ; anche se a vincere in una giornata così è stato ciascuno di noi con la sua voglia di esserci, anche nella fatica, di darsi nel grande e nel minimo gesto per rendere possibile sempre un’occasione d’incontro.

 

Gara FIARC – Percorso a Vizzano di Sasso Marconi ( Bo ). 28 aprile 2019
 

 

 

 

 

 

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Nelle immagini, in un giorno d’aprile, l’ingresso al campo di tiro a Vizzano di Sasso Marconi, Bologna.
 
( gli animali visibili in fotografia sono sagome tridimensionali )
 

 

 

 

 

 

 

La piega delle cose

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“ Sulla terra nera… “ c’è un ritmo – la sola cosa – di cui mi posso fidare ; sta in ogni passo della mia andatura, è dentro al battito del mio cuore.

Davanti al grande platano, vagabondando per le vie antiche della città : ciò che è grande è pure ciò che è forte ; la forza consiste nel resistere a tenere, e spunta da una saldezza che è sempre ben radicata.

 

 

 

 

 

La mano irata di un dio

 

 

 

 

 

Tutto quanto doveva essere necessario si è ritrovato pronto al richiamo — pronta la piega nello scatto, la meta ferma e sicura. Tutto era stato pronto, e annunciato già in certe stagnazioni d’arie agli alvei del respiro.

Non è l’urlo soltanto al tatto della ferita, la cecità violenta in uno slancio di follia… La mano irata di un dio fa sempre giusto il discrimine fra il bene e il male, in un momento durevole, che vale l’eterno.

La mano irata di un dio accarezza contropelo ; poi, si fa il silenzio immobile come nell’etere sereno un deserto splendore.

 

 

 

 

 

Una straniante bellezza

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10 giugno

Impossibile sciogliere questi canti di uccelli diversi dalla calura estiva, nel cielo del meriggio sul cortile.

9 giugno

Una straniante bellezza l’impasto di umanità che mi resta addosso, dopo la sera di collina nella bocciofila sul pianoro stretta fra i crinali passati a mietitura e il cielo alto che scolora nelle brume estive sulle piste, sui giocatori, su di noi fra gli avventori, e la luna si velava di rose.

 

 

 

 

 

 

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Compimenti

 

 

 

 

 

2 maggio

Non saprei nominare le forme del tempo, i modi in cui si compie — come adesso.

 
3 maggio

Non conosco le forme del tempo ; ma ho visto sempre qualcosa di nuovo e inaudito compiersi ogni volta in cui mi sono smarrita, e poi mi sono domandata — da dove vengo, dove sono stata, che cosa ho fatto per tutto questo tempo ? E poi non riesco ad andare a ritroso ai momenti vissuti, a risalirne le tracce ; e mi ritrovo nell’oggi come fosse davvero ricominciare da qui, un qui bastante a se stesso e un essere sufficiente.

Lo sforzo di pensarsi nel tempo, nel passare del tempo come se fosse reale . . .

Numerose si compiono sviste minute d’eterno fra un atto e l’altro di volontà. Come l’ultima volta in cui, sconosciuta e inattesa, una sorda tensione mi si levava davanti, fino al più alto dello sguardo, e poi l’ho vista slanciarsi tutt’una col volo della mia freccia, l’ho seguita con gli occhi fino a toccare il bersaglio, il centro del bersaglio . . . e nell’impatto avvertire spostarsi qualcosa anche dentro di me.

 

 

 

 

 

 

 

Nell’aria

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Ai Giardini, le cinque del pomeriggio, dopo il nostro pranzo pomeridiano. Ai Giardini per un poco di sole attraverso il moto di vapori che transitano per tutto il cielo ; per un bagno di verde tra gli alberi di foglie nuove ; per il verde e l’azzurro e i canti degli uccelli nell’aria che modulano sempre vari e senza cessare mai.

Sto guadagnando l’uscita dalla mia stanza ; ogni giorno un motivo di più — sempre lo stesso ?, sgretola un aspetto della forma di questa vita.

 

 

 

 

 

Al cuore della musica

 

 

 

 

 

Forse scintilla nella voce di poesia lo stesso principio che sta al cuore della musica ; qualcosa come una forza contraria che risolleva l’umano discorso abbattuto dall’esperienza della mortalità.

     Il desiderio di una musica ; una spinta in senso contrario alla gravità del morire, non per consolare ma per porre in questione questa fine di vivere con l’impareggiabile struggente bellezza del creato. Forse l’origine di ogni desiderare sorge da qui, da questa spinta misteriosa e segreta che ci soccorre nella strettura di accompagnare come testimoni anche della nostra mortalità.

 

– per Franco e Giovanni, una poesia QUI

 

 

 

 

 

Nella corrente — di Francesca Tarantola

 

 

 

 

 

a Davide

 

 

Ancora
donami nel cielo
l’ebbrezza
dell’aria che si discosta
al passaggio degli uccelli,
la danza dei merli
nelle pozze della pioggia
per i miei sogni.
E quando il cuore è stanco
porta gli stormi che s’alzano
all’unisono
in volo
a ricordarmi la lievità.
Cedimi all’improvviso
il segreto delle ali
di rapaci, quando sbattono forte
per levarsi veloci
dall’alloro di notte,
quando ho allungato la mano — e
ho sentito la forza
la natura selvatica,
era lì per me,
amico mio lontano.

Testo originale di Francesca Tarantola, detto in versi da rosaturca

 

 

 

Ho ricevuto stasera la pagina scritta di Francesca senza nessuna presentazione, all’improvviso, come una fotografia. Come può scorrere sotto traccia il flusso smisurato di una conversazione senza oggetto, così a volte ci rintracciamo noi, ci slanciamo nel buio della rete come parabole di richiami che s’intrecciano con tutto quello che trovano lungo la traiettoria percorsa, fino alla sorgente dell’ascolto.

Io, non ho fatto domande, non ho pensato a un perché. Ho dissodato lo spazio intorno a ogni parola di Francesca, ho teso l’orecchio al battito interno del verso, ho chiuso i miei occhi sugli occhi aperti di lei. E’ stato per me come tradurre da un’altra lingua — segno evidente che in poesia mai si traduce la lingua, ma la risonanza dell’essere, come il travaso di quello da cuore a cuore.

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Scriverlo

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Come se fosse una conversazione familiare, quotidiana, di fretta come se si potesse sbrigativamente rimandare a più tardi in una condizione di calma e domestica intimità ; salvo poi ringraziare del pensiero prima di chiudere la telefonata. Segno che la rottura, e la distanza che in questa s’allunga, è solo un dato di fatto come un altro invece dell’elemento più stringente nella storia della tua vita…..solo una specie di sottofondo di pensiero che non è stato pensato veramente mai.

Parole che « compilano » un dire disinvolto intorno al motivo della telefonata, e intanto lo slancio incondizionato dell’ascolto si raggrinzisce e si arena nel buio telefonico, come l’ondata di gelo alla finestra nell’aria della sera, poco lontano da qua sulle braccia degli alberi spogli.

Perché scriverlo, non so ; perché sempre si scrive all’incomparabile incomprensione di qualcuno, chiedendo in questo il mondo a testimone. Così, anch’io.

 

 

 

 

 

Autunno, per le aromatiche

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Oggi guadagno due o tre ore di giorno rispetto alla media dei miei risvegli — un misterioso lascito del crepuscolo aurorale se penso all’ebbrezza febbrile delle mie notti.

Il ritmo piano delle piogge alla finestra aperta sul cortile e il buio nella stanza che non oso illuminare.

Autunno, per le aromatiche è profumo che si addensa alle foglie più dolce ; in questa parte del tempo in cui nell’aria sono le ninfe d’acqua ad abitare.

 

 

 

 

 

Spigolando FOLIAGE, di Duccio Demetrio

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L’autunno ci chiama . . . a scrivere

Duccio Demetrio

 

 

 

Scrive Duccio Demetrio in Foliage, Raffaello Cortina Editore :

« Scrivere senza ambizioni, per il puro appagamento e il benessere di sapere che hai vissuto in un altro tempo che ti ha condotto fin qui ».

Dunque, una stagione e la scrittura, una parte dell’anno e il suo richiamo a scrivere ; l’autunno come stagione e non stagione, come disposizione dell’anima ad accostare ogni segno di mutazione delle cose nel tempo, il manifestarsi enigmatico di un processo misterioso — per le cose, per noi.
Autunno come passaggio esistenziale, ogni passaggio di ogni esistere, capace perciò di attraversare tutte le stagioni e ogni fase della vita ; autunno come strumento e « guadagno » sapienziali.

Così come la sua etimologia suggerisce, contrariamente al senso comune dominante, autunno come trabocco di maturazione e tempo d’iniziazione verso la condizione matrice di nuovi inizi, nell’inspiegabile energia vitale che attingiamo dalla corrispondenza, « intonazione tra quello che ci sta attorno e quello che sentiamo in noi », nella « vigoria anche estrema che sa generare in coloro che ne abbiano compreso tutta la spesso latente fecondità ».

Succede sempre che incominci a tenere la mia agenda dell’anno che verrà scrivendoci dentro già da ottobre dell’anno in corso…dopo il periodo delle ferie estive – tanto ci vuole infatti perché ritorni in me dopo quello spaesamento favoloso, quel tempo di espansione che sospende le mie facoltà di dire.
Quando ritorno in me, significa in una dimensione nuova, tanto diversa da richiedere una soluzione di continuità anche con il prosieguo delle pagine bianche dei mesi estivi. E’ il tempo d’autunno a raccogliermi, e lo fa richiamandomi a scrivere ancora, sì, a ricominciare a scrivere altre pagine nuove. Dunque, dopo ogni oro di settembre, sono anche io il frutto maturo d’autunno e la promessa feconda del principio latente di un nuovo ciclo.

rosaturca

 

 

 

 

 

 

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Di sera
Parco della Resistenza, San Lazzaro di Savena

 

 

 

 

 

 

Piove dal mare

 

 

 

 

 

Il guscio protettivo che la nostra anima ha secreto per sentirsi a casa, per darsi una forma che la differenzi dalle altre, si rompe, e di tutte quelle pieghe e durezze non rimane al centro che un’ostrica di percezione, un enorme occhio.

Virginia Woolf

 

 

 

La sera di piogge nel tempo dell’ora solare. Piove dal mare, a tratti a scrosci più intensi, l’eco a ondate nell’aria riporta il boato lontano del temporale ; un singolare lucore emana lungo i muri nel cortile, un rilucere d’anima fra il passo di nubi nel cielo e la calma colata di piogge su questa forma del cuore.

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QUESTO E’ IL MIO SANGUE, di Elise Thiebaut

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Da quale punto incominciare a circoscrivere l’esperienza di lettura del libro di Élise Thiébaut che si è compiuta nel corso di tre notti consumate fino all’alba ? Non che l’argomento si addicesse all’oscurità, ma non posso liquidare come un caso il fatto che questa lettura sia stata fatta – senza motivo apparente – in quella parte del tempo in cui nessuno ci reclama e niente ci distoglie.

La voce di Élise Thiébaut nella traduzione dal francese di Margherita Botto scorre vivace e il suo passo fila disinvolto intrecciando episodi della sua vita di ragazza mestruata e poi di donna mestruata – sebbene la comparsa del menarca sia considerato nel senso comune il divenire donna tout court – con dati storici, scientifici, medici e statistici che hanno per oggetto le mestruazioni.
E’ toccante il modo in cui si può scrivere delle vite delle donne in età fertile articolando una fitta rete di dati di studio oggettivo e impersonale sullo scabro canovaccio quotidiano delle necessità più elementari di ogni donna quando è mestruata. Il racconto è quello di Élise, una donna europea abbastanza vicina a noi per condizioni e stile di vita, ma non è difficile provare ad allontanarsi dalle connotazioni del suo racconto e immaginare come può essere o essere stato per le altre donne in tempi e in luoghi diversi da questi nostri di adesso ; nonostante l’ironia nel tono della voce, la cifra del messaggio ricorrente per tutto il libro è un disagio crescente :
– per noi stesse che pur vivendo a un livello medio di benessere scontiamo comunque ampi margini di insicurezza ( cosa contengono le comuni «protezioni periodiche» ? e perché pagarle al prezzo di un genere di lusso ? ),
– per le donne che vivono in povertà o in guerra ( per loro non sono accessibili gli assorbenti; per non parlare di quando la penuria di cibo e lo shock inibiscono il ciclo mestruale ),
– per il pianeta : « … ci battiamo per rendere accessibili a tutte le donne prodotti che peraltro sospettiamo siano nocivi per la salute e l’ambiente. Soggetti a questo paradossale imperativo, tradiamo una regola rispettandone un’altra che le è collegata, senza nemmeno poterci sottrarre a questa situazione ( perché intanto il sangue continua a colare, non dimentichiamolo ). Un individuo sottoposto a un tale regime psichico non ha altra scelta che sprofondare nella follia. »

Ragazze e donne in età fertile significa anche rapporti sessuali e contraccezione, gravidanze o sterilità ; significa sindrome premestruale quando non endometriosi. Élise si racconta attraverso queste esperienze e traducendo anche le più ostiche nel linguaggio immediato del fisico, come nel caso della sua gravidanza attraverso la fecondazione in vitro oppure la sua scoperta di soffrire di endometriosi : il disorientamento, la paura e la sofferenza sono condivise senza bisogno di essere dichiarate, trapelano dal racconto a fior di pelle – ne sono sicura – in ogni donna all’ascolto.
Tuttavia lo spirito di Élise resta propositivo e ci presenta i modi alternativi agli assorbenti e ai tamponi interni per raccogliere il sangue catameniale, oppure tratteggia per noi un orizzonte inedito di cure di molte possibili malattie grazie alla scoperta delle cellule staminali contenute proprio nel sangue mestruale ; in realtà sullo sfondo si delinea pure un profilo inquietante della ricerca della scienza medica, in ritardo e in soggezione dei poteri economici, per non parlare di banche del sangue mestruale che scompaiono nel nulla con tutti i campioni di sangue posseduti…

L’edizione italiana del libro di Élise Thiébaut ha una copertina rosso mattone sulla quale campeggia un tampone interno, e un sottotitolo che dichiarerebbe il valore del testo : Manifesto contro il tabù delle mestruazioni, collocando così ideologicamente il libro. Quanto lontano nell’aspetto dall’edizione originale francese, in cui il disegno in bianco e nero di una donna nuda che porta sul pube un bouquet di fiori rossi accompagna un sottotitolo che recita, tradotto alla lettera : Piccola storia delle «regole», di quelle che le hanno e di quelli che le fanno…troppo arguto per essere inteso dalle lettrici e dai lettori italiani ? Troppo sbarazzina l’immagine da rischiare di attrarre la curiosità anche di lettrici e di lettori troppo giovani ?

Ma questo libro è solo una storia delle migliaia di altre storie che sono ancora da raccontare, magari da scrivere, sicuramente da condividere per riabilitare il sangue mestruale, come conclude Élise, per organizzare una rete di azioni e di saperi intorno a quel sangue, e promuovere nuove «regole» intessute stavolta direttamente nelle esperienze di vita delle persone mestruate…che si riconoscano o no come donne.

 

 

 

 

 

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Profilo Twitter di Élise Thiébaut @EliseThiebaut

 

 

 

 

 

 

L’AMORE DELLA MADRE

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Luisa Muraro

 

 

 

La società patriarcale, nella quale la filosofia si è sviluppata, cura l’amore tra madre e figlio come il suo bene più prezioso. E’ il focolare in cui ardono i grandi desideri, la cucina delle imprese sublimi, l’officina della legge. Tutto sembra far capo lì. Se c’è una cosa che io invidio agli uomini, e come non invidiarla, è questa cultura dell’amore della madre in cui sono allevati.

. . . . . . .

Sono nata in una cultura in cui non si insegna l’amore della madre alle donne. Eppure è il sapere più importante, senza il quale è difficile imparare il resto ed essere originali in qualcosa.

 

 

 

 

 

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L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro
Editori Riuniti. 2006
 

 

 

 

 

 

Tempo ordinario

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Difficile – ma necessario – ricominciare a secernere le fila della tessitura del senso dei giorni ; farlo da queste proprie fibre di carne e sangue e spirito immobile e ammutolito

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

 

 

 

 

 

CONVERSATION – Serge Marcel Roche

 

 

 

 

 

 

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Une autre conversation
(avec S., au lieu-dit Le pied du boa)

 

 

Sur le sol tiède de l’allée
Tapie entre deux captures de nos rêves
La forme d’un engoulevent
Immobile

Mesure l’ombre que nous portons

C’est la nuit déjà
Le silence

Parlons d’enfance
De son rapide envol
De la vie qui n’est que rémission

L’obscurité grandit
Je n’ai plus d’yeux pour voir en elle
Pour reconnaître la tache blanche à l’aile

L’oiseau a jugé la distance
Tandis qu’il s’élance
Il nous faut rejoindre l’auto

 

Serge Marcel Roche

 

 

Sul suolo tiepido dell’andata
acquattata fra
due catture di nostri sogni

la forma di un caprimulgo
immobile
là        misura
l’ombra che portiamo

già la notte
il silenzio

noi parliamo dell’infanzia
dal rapido involo
della vita — null’altro che remissione

cresce l’oscurità
non ho più occhi per vedere in lei
e riconoscere la macchia
bianca
all’ala

l’uccello ha ponderato la distanza nel suo slancio

ci conviene raggiungere l’auto

 
traduzione dal francese di rosaturca
estratto della raccolta CONVERSATION di Serge Marcel Roche

 

ebook gratuito scaricabile qui :

https://chemintournant.com/2018/09/02/conversation-en-images-4/

 

 

 

 

 

 

Una mancata ebrezza

 

 

 

 

 

Nero su bianco fermo questi passaggi di pensiero — e invece avrei fermato a colori il miele e l’arancio nel cielo di ieri, mentre veniva plasmando luci e vapori sopra la stretta via fra gli antichi palazzi dell’università ; nel pomeriggio minacciava temporale, ma ora il vento leggero e freddo premeva una teoria di nuvole sospese a mezz’aria, e il tramonto mutava i corpi d’acqua pregnandoli d’inediti riverberi di luce.
E poi, sono stati i banchi del mercato a catturare la mia attenzione nella spesa contadina della sera.

Con le sporte di verdure fresche, siamo entrati nel locale dall’aspetto dismesso ad arte dove un tavolo per quattro era stato prenotato per la nostra cena ; prima di cominciare, nello specchio del bagno delle donne ho colto sul mio viso e ho avvertito nelle membra lo slancio pronto all’abbandono conviviale.

Per tutti il cibo sarebbe stato squisito, il gusto esaltante, una combinazione inedita e una preparazione accurata di alimenti semplici. E tuttavia non abbiamo ecceduto la misura solitaria della soddisfazione di un bisogno di mangiare, niente più di questo ; non abbiamo imboccato la via promessa nel gusto che ci avrebbe sciolti e condotti fino al dio — che ci avrebbe abitati per un poco, e ci avrebbe ricongiunti nell’entusiasmo misterioso di brillare alla luce del suo sorriso.

 

 

 

 

 

Settembre per noi

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Denso di bianco il cielo di nuvole, calda e umida l’aria immota. Fuori è un chiarore privo di splendore, accompagnato da piogge pazienti e inattesi arcobaleni sul cuore antico della città che si rispecchia sulle scie bagnate del selciato.

Si sta più in casa, si incomincia, anche di giorno con la luce delle lampade accese ; si alternano i pasti al riposo, le cure di casa a quelle di cucina. E si legge con più calma e trasporto, si scrive anche, con più abbandono.

 

 

 

 

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Corrispondenze

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Lago di Pieve di Cadore. Agosto 2018

 

 

 

 

Che cosa tocca nell’intimo la pietra e la collina ; cosa deriva della montagna alla città antica… Fin dove scivola nell’aria quest’atmosfera soffusa della sera…

 

 

 

 

 

 

Madre Cadore

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Vorrei scrivere dei boschi nella montagna, dell’altezza nel cielo e di come vi abita la luce.

Ma parliamo del fisico, della forza muscolare e del vigore plastico che irraggiano le membra ; parliamo di psiche baciata di luce che dilaga di una limpidezza per la quale tutti i sensi sono rifondati ; parliamo di memoria nel passo, di come soffice sostiene la terra di radici per le rive dei boschi.

 

 

 

 

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Boschi intorno al lago di Pieve di Cadore. Agosto 2018
 

 

 

 

 

 

 

#Domestica I

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Ci sono giornate che vengono polverose d’ombra, sono giornate in cui il tempo è scivolato intorno ai muri della casa dove siamo rimaste rinchiuse per tutto il giorno nell’indeciso girare a vuoto intorno alle cose senza un perché ~

VII 2018

 

 

 

 

 

 

Voyage au Lexique [fréquence 25] – S. M. Roche

 

 

 

 

 

 

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Suspendu, chutant, il faudrait l’écrire vertical puis obliqué par les vents cogner longtemps la fenêtre mais qui parmi les nombreux est aussi parallèle et près de l’horizon. On voit un cargo modeste sur son flanc, sang cuit qui se détache du rêve et des orages, du long gris fossile des durées, évidé, seul dans l’échouement. Finir ainsi, au bord de tout, liché par cette frontière, suçoté par les marées, sans éprouver d’elle(s) ni voir passer sur la corniche chaque jour à même heure dans une auto le spectre tricéphale d’un instant de bonheur. Conjointure de ses faces qui ne sont dos à dos, l’une tombe l’autre s’étale, et c’est d’un poids faramineux, d’une extrême immensité, tandis qu’au long du torse, de ta joue, ça caresse. Se trouver dedans, être sous, presque poisson-réflexe mais de surface, lagunaire, ou légèrement volant entre les deux abysses quasi-oiseau d’une mer et sa terre, intérieures. Encore, patienter son dégouttement, du tourmenté à l’évanescent, inattendu bien que prédit, une céleste dépression, éterniser de corps le fluide des secondes quand elle coule et ricoche contre les alluvions mentales, l’aggloméré de la poussière en concrétions pensives. Toute la langue côtière est giflée par l’altan, la trombe dure, ensuite, accalmié, l’on ramasse en sortant clovisses et bigornes jusque sur les toits ou pour l’un seulement quelque éros bleu pâle à tenir dans sa main. Au sein des terres très loin si gonflées de rivières, rien n’a changé.

 

serge marcel roche

 

 

Sospeso. ammutolente, bisognerebbe scriverlo verticale poi di traverso nei venti battere a lungo alla finestra — ma che fra tutti fosse anche parallelo e prossimo all’orizzonte.

Si vede un cargo modesto sul fianco, sangue cotto si distacca dal sogno e dalle tempeste, dal lungo grigio fossile delle durate, scavato, solo nell’incagliamento.
Finire così, a margine di tutto, leccato da questa frontiera, succhiato dalle maree senza provarle né vedere passare sulla cornice ogni giorno alla stessa ora in automobile lo spettro tricefalo di un istante di felicità.

Con — giuntura delle sue facce che non stanno dorso a dorso, ma l’una sprofonda e l’altra si mostra, ed è di un peso immane, di una estrema immensità, mentre lungo il torso, e la tua guancia, accarezza.
Trovarsi dentro, essere sotto, quasi pesce-riflesso ma di superficie, lagunare, volante appena tra i due abissi, quasi uccello di un mare e della sua terra, interiori.

E ancora, pazientare il proprio disgusto, dal tormentato all’evanescente, inatteso benché predetto, una depressione celeste, eternare dei corpi il fluido dei secondi quando cola e rimbalza contro le alluvioni mentali, agglomerato di polvere e concrezioni pensive.

Tutta la lingua costiera è schiaffeggiata dall’altan, la tromba marina, in seguito, bonaccia, si ramazza estraendone fino ai tetti vongole e zirconi oppure per uno soltanto qualche eros di un pallido blu da tenere nel suo palmo della mano. In seno alle terre molto lontane così gonfie di fiumi niente è cambiato.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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Nutrimenti

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Nutrirsi con rispetto, tema e gratitudine verso le donne e gli uomini che coltivano la terra con rispetto e nutrimento di lei ; verso la terra e i suoi frutti sensibili che muoiono in noi. Rendere grazie, sempre, gustando sia la gioia del cibo che l’attonito stupore che alla fine ci sopravanza.

Dopo tante difficoltà e con un vigoroso sostegno, finalmente questa sera sono tornata a fare la spesa al mercato contadino nella zona universitaria. E il nutrimento più prosaico diventa anch’esso rito nella preparazione notturna di quei gusti, di quei gesti, di quella vita vegetale silenziosa appena colta.

 

 

 

 

 

 

Per un sapere di esistere

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Fra scampanii di bronzi annunzianti nell’aria la discesa dal colle di San Luca della Madonna Odigitria, i fraseggi insistiti che fa il merlo e rare grida in picchiata dei rondoni ; le lingue delle creature alate fluiscono naturalmente nell’orecchio in cui risuona un comune sapere di esistere, custodia e lietezza che felicemente in dialogo ri — chiama.

 

 

 

 

 

Presi nella rete

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Leggo distrattamente queste email di aggiornamento dei termini di servizio e dell’informativa sulla privacy che ricevo negli ultimi giorni, e con quanta sollecitudine i testi che si ripetono, praticamente sempre gli stessi, esprimono quanto si ha cura di salvaguardare i miei dati personali che verranno usati soltanto con il mio permesso e soltanto con certe finalità, soltanto a certe condizioni. . . . . ed è nuda e chiara la verità di quanto – nonostante tutti i nostri equilibrismi, le nostre scelte e le nostre migliori intenzioni – non siamo altro che soggetti di consumo presi nella rete. Che tristezza.

 

 

 

 

 

 

A futura memoria

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Le piccole piante grasse allineate sull’étagère accanto alla finestra per un poco di luce, sono anche la misteriosa risonanza di simmetria nel silenzio, e vitale.

Le immagini sul monitor del computer che si susseguono a caso in dissolvenze incrociate mi destano sempre lo stesso stupore, e mi meraviglio di quanto a nostra insaputa si riversi nello sguardo, fissandosi nella memoria, in una fotografia.

Tutto quello che non scrivo puntualmente, ho l’impressione poi che sia volato via insieme alla sua realtà – minuta, quotidiana – fatta fluida nuovamente e attratta nella vaporosa nuvola biancolucente da cui era colata qua.

 

 

 

 

 

 

Familiari estinzioni

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” Tieste è colpevole, ma anche i suoi figli lo sono. Ed è giusto che siano puniti anche per quella metà di colpa altrui di cui non sono stati capaci di liberarsi. “

P.P.P.

 

 

Se la violenza del potere dei padri è il principio di quella colpa per la quale i figli saranno poi destinati a pagare il fio, l’aver ceduto alle più comode sorti da parte di quel potere popolare patriarcale in cambio di identità e storia è all’origine di tanta degradazione morale e indigenza spirituale in cui versano le nostre vite.

E l’indifferenza, e la rimozione in atto della coscienza sia da parte dei padri che dei figli fanno questi nostri giorni ancora più tragici.

E noi da sempre le più colpevoli, le più infelici e le peggio punite; per non saper rigettare lontano quella parte di colpa, per non riuscire a vedere la lotta necessaria a spezzare il giogo di tanta malevole eredità.

rosaturca

 

Pensieri seguiti al più recente ascolto del testo I Giovani Infelici, di Pier Paolo Pasolini. Gennaio 1975, inedito.

 

I GIOVANI INFELICI – pdf

 

 

 

 

 

” Tôt ou tard ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Tu n’aimais pas ces mois où la lumière renonce, les jours brefs, de rouille, de brume et de lampadaires falots, moi peut-être plus enclin aux lichens, aux mousses, aux fougères roussies, aux brouillards accrochés jusqu’aux ponts de la Risle, ces ombres elles protègent, le monde est si violent qu’il faut prévoir des refuges, des échappements. Je pourrais chanter comme on pleure, mais je tends vers l’hiver, j’entends par là que je me terre et que je guette les signaux infimes de ton spectre, il y a de toi partout, il suffit d’être disponible, il suffit de laisser la place et luit encore un peu -mais pour combien de temps?- le yo-yo de l’enfance dont je suis reliquaire. Ils ne m’effraient plus guère ces jours de fin du monde, c’est trop tôt tu dirais de la nuit, de la maladie, du matin tragique où s’épuise l’espèce à consumer son bien. C’est trop tard depuis toujours trop tard, nul n’a sauvé personne, il n’est que de se cacher et d’attendre, le jour dernier, le goût de cendres, le couteau du boucher.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

Tu non amavi questi mesi in cui la luce rinuncia, i giorni brevi, di ruggine, di bruma e di luce insulsa di lampadari. Io, posso essere più incline ai licheni alle schiume alle felci ossidate alle nebbie appese fino al ponte di Risle, queste ombre proteggono, è così violento il mondo che bisogna prevedere dei rifugi, delle vie di fuga.

Je pourrais chanter comme on pleure…ma io tendo verso l’inverno, sento che là m’interro, all’erta dei segnali infimi che manda il tuo spettro, c’è di te dappertutto, basta essere disponibile, lasciare spazio e ancora un po’ emette bagliori —ma per quanto tempo ? lo yo-yo dell’infanzia del quale sono io il reliquiario.

Non mi spaventano per niente questi giorni di fine del mondo, è troppo presto diresti tu della notte, della malattia, del mattino tragico in cui la specie si estingue. . .

E’ troppo tardi da sempre, niente ha salvato nessuno, non c’è che nascondersi e aspettare, l’ultimo giorno, il gusto di ceneri, il coltello del macellaio.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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” Pluie de novembre ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Il a plu tous les jours derniers, plus que de raison, à faire déborder les fossés, il a plu jusque dans mon grenier, par infiltration, le long de la cheminée, jusqu’à la pièce débarras, il a plu comme l’an passé le soir de la mort de maman, il semblerait qu’il pleuve de la même façon, me voilà trempé. Il est gravé le nom de maman sur la tombe, ça a pris presque un an, redoré le nom des grands parents, il peut bien repleuvoir sur l’or de leur nom, ça prendra bien trente ans pour que l’or se ternisse, ça fait bien des averses sur la pierre bleue de Vire et bien des rhumatismes pour mes mains douloureuses, avoir mal c’est vivre encore, admettons. Tu aurais aimé vivre assez vieille pour souffrir de rhumatismes, tu aurais enduré la pluie avec bravoure, ça ne t’aurait pas terni l’humeur, mais il pleut sur la pierre gravée et c’est sans toi qu’il pleut.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

E’ piovuto per tutti i giorni scorsi ; senza misura è piovuto fino a fare straripare i fossi, è piovuto anche nella mansarda, per infiltrazione dal camino fino al ripostiglio. E’ piovuto come l’anno scorso la sera della morte della mamma, sembrerebbe piovere allo stesso modo, eccomi qua fradicio.

E’ inciso il nome della mamma sulla tomba ; quasi un anno ci è voluto per rifare la doratura del nome dei nonni, e adesso potrà ben piovere sul loro nome dorato, ci vorranno almeno trent’anni prima che sbiadisca, e intanto quanti acquazzoni passeranno sul blu della pietra di Vire ed io avrò male alle mani allora per i reumatismi, e avere male, ammettiamolo, è vivere ancora.

Ti sarebbe piaciuto vivere così a lungo da diventare abbastanza vecchia e soffrire di reumatismi, con coraggio avresti sopportato la pioggia e questo non avrebbe attenuato la vivacità del tuo umore. Ma piove adesso sulla pietra incisa, ed è senza di te che piove.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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UNA DONNA, di Sibilla Aleramo

 

 

 

 

 

 

 

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per Sibilla Aleramo

 

…la delicatezza della sua parola che ritorna sul corpo-contuso della vita che è stata la sua, e pure ancora la nostra lungo scie di millenni in cui — quante volte ! siamo rimaste da sole impastate al silenzio che ci ha riempita la bocca, al nerofumo nelle stanze fino a non vedere più, alle paludi che ancora troppe volte ci arenano le ginocchia obliandoci la spinta per reimparare il passo che ci fa andare via. Una donna di Sibilla Aleramo mi ha accompagnata per anni nei traslochi di case e città senza che del libro mai abbia sfogliata una pagina ; se anche avessi aperto il libro e il mio ascolto alla sua voce, oggi lo so, non avrei proseguito, non avrei potuto.

In viaggio notturno si giunge fino a lei, fino a sfiorare la sua voce chiara, il suo dire limpido ed è anche un passaggio di violento stupore per quanto noi donne ancora ci somigliamo andando indietro nel tempo, e questo rispecchiarci nelle somme del dolore ci riconosce, e promette già di rigenerarci a un’altra e più autentica identità.

Nell’ascolto della mente la sua scrittura scompare — come se lo spirito per se stesso avesse preso voce e parola incarnate in questa donna, e tuttavia eccedendo continuamente la misura della sua storia. Per radicare e attingere verso un inedito ampio e fondo in cui tutte le corde di un apparente indistinto secolare — come per miracolo ! si articolano di una parola delicata verso il dolore che non si scioglie, non si sconta ; per compiere vivido il senso di memoria che ritorna una seconda volta su ciò che è compiuto, per pronunciarlo ancora, per darne al mondo la parte che gli spetta.

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Bologna in fiore

 

 

 

 

 

 

 

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Semplice : una piazzetta nel cuore antico della città che per un fine settimana in primavera e in autunno ricopre il suo lastricato di porfido di vasi di piante verdi e fiorite, di aromatiche, di piante grasse e succulente, di Tillandsie, di carnivore…

Un esercizio di apprendimento della lingua madre in età adulta consiste nel coltivare specie vegetali per farne un giardino.

. . . . . ri — apprendere ad ascoltare nell’apparente silenzio, riconoscere bisogni a cui riuscire a rispondere, espressioni vitali in cui riuscire a coinvolgersi, registrare con le antenne dello spirito il moto vegetale e…sfiorare almeno un poco quella china di mobilissimo verdeggiante abbandono nell’aria verso il cielo.

Per quest’anno ho scelto piccolissime piante grasse che sistemo stanotte nelle teiere di Alice.

 

 

 

 

 

 

Mutar di foglia

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. . . . .
e non s’intende di vesti femminili
portate sulle caviglie

Saffo, 57

 

 

E’ passata la fine dell’estate, la parte in cui l’ultimo calore della stagione marcisce come un sudario di fuoco stinto nell’aria, nella carne, nei pensieri ; tutto questo finito. Puntuale è arrivato settembre con i suoi venti, con le sue acque diverse : riserve di umidità prendono consuetudine nell’atmosfera come sotto la pelle, a ogni passo, vanno incubando le piogge nel cielo, le bacche mature sui rovi e nei roseti.

Anch’io — mi decido, muto il mio aspetto di nuove trame, nuovi colori. . . una vena sottile di eccitata attesa pervade il mio spirito a questo incipiente luminare di bianco di bruno di nero.

 

 

 

 

 

La forma

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Forse la forma non è mai la forma di qualcosa,
forse non ha nient’altro da mostrare all’infuori di se stessa.

 

 

Nuovamente ho conquistato la forma verticale — ho due gambe, le braccia, le spalle, il petto leggero con un respiro diverso. Abbiamo nuotato in piscina di sera e poi su per le vie delle colline, mentre scivolava il sole al tramonto. La fine dell’estate è un sudario che si svolge nell’aria ferma e calda, e già le brezze della sera portano con sé il profumo delle erbe aromatiche secche ormai come i prativi tagliati e secchi, come le stoppie rimaste sui campi. Porzioni sempre più ampie di splendore cedono all’ombra sempre più densa e umida.

Che il lavoro di raccolta dei materiali per Il viaggio di Demetra fosse anche il primo passo verso il nuovo impegno di ” mettere in forma ” tutti i miei versi — questo l’avevo intuito. Ma non potevo prevedere quello che mi sta succedendo in questa scelta dei testi, della loro posizione, apparentemente un’operazione esterna al fare poetico che si è compiuto già, un secondo passaggio, un fare ritorno senza sorpresa ai momenti singolari dell’ispirazione.

E poi non è così. L’irripetibile del mondo che le parole una prima volta hanno vibrato in ogni poesia si fa incontro nuovamente, ma in un modo diverso. E questo modo è la forma : qualcosa che da se stessa da sempre scandisce il ritmo e l’andatura alle voci dei versi nelle cortine della nostra temporalità. Ogni poesia una visitazione ; e l’attenzione dell’ascolto è da disporre tutta verso il riconoscimento, l’autenticità di quel primo disegno.

 

 

 

 

 

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Incomparabile

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La cena è stata semplice ; le verdure cotte in salsa hanno lasciato un gusto dolce in bocca. Un raro momento con la mente in pausa, con l’orecchio in ascolto soltanto in un’immanenza terrena di gesti prosaici, quotidiani.

Ogni giorno aggiungo altri testi al Viaggio di Demetra. E’ svanito come la nebbia al sole il timore iniziale che avevo per la poca quantità di testi revisionati da inserire nella raccolta – ne esistono infatti degli altri di un’estate fa, in un taccuino chissà dove sugli scaffali delle librerie… Svanito dunque il timore nel momento in cui ho cominciato ad aguzzare l’ascolto delle poesie fino al punto in cui le ho viste muoversi all’interno in un modo che lasciava intravedere un incedere duplice del senso, che mentre circoscrive puntuale il momento in cui svolge la sua immaginazione pure va spaziando di abbandono in abbandono, fino a compiere da se stesso la rivelazione della sua forma.

 

 

 

 

 

 

Il viaggio di Demetra

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tutto è compiuto. Regina senza regno Demetra non finisce di passare sotto finestre accostate in ogni ora del giorno per la calura estiva ; la notte giace addormentata abbandonata ai margini delle vie.

Passa davanti come un’afa marcita e levantina, sciroccale si acquatta sulle sabbie del cuore.

Ma la teoria delle sue processioni senza stuoli è nei meriggi, quando passa inattesa a brandire di parole necessarie il tempo – che non ha parole – e a ridonare il soffio di una nuova cicatrice per ogni spirito vitale.

 

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Ipotetico

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— Nei giardini le ortensie come potrebbero fiorire senza un po’ d’acqua…..ci sarebbe qualcuno che possa pensarci, qualcuno che le prenda a cuore ?

 

 

In piazza Cavour un’armonia prolungata di suono di campane riecheggia nel calore compatto estivo dell’aria come fosse un corpo fisico palpabile che ci abbracci. E dopo il suono, un poco più in alto del fragore di motori del traffico stradale un po’ più su ondeggia l’eco di quel suono — e se fossi io a prolungarlo nel pensiero appoggiandomi all’aria densa oltre i cornicioni fioriti di pietra ?

E poi di nuovo riprende davvero lo scampanio possente dei bronzi. Potrebbe essere da San Petronio ? Oppure da San Domenico ? I giardini stanno nel mezzo.

E ancora una volta rintoccano le campane a un ritmo che pare inseguire se stesso — e se fossero i campanili delle due chiese vicine a intonare questo reciproco chiamarsi e rispondersi come dall’interno di una inscindibile dualità che si tenda e si ricomponga per ogni battito di questo adunarsi ?

Sono passate le otto della sera.

 

 

 

 

 

 

” Silence ” – testo di Alexis Mandre

 

 

 

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Le silence apposait ses bandes de soie rose

Sur le jour fatigué qui se fondait en nuit.

 

C’était une explosion de ciel horizontale

Un grand bouquet final de couleurs douloureuses

– c’était la fin du monde, toujours recommencée.

 

Et sous un réseau blanc d’étoiles de jasmin

Je l’écoute tisser de nouveaux lendemains.

 

Alexis Mandre

 

 

Sul giorno stanco che radicava in notte
pone accanto il
silenzio
le sue bande setarosa

Un’esplosione di cielo orizzontale
era
infine un fascio di colori dolenti

— la fine del mondo
era,
sempre al suo principiare

E sotto il bianco reticolo stellato di gelsomino
ascolto tessere nuovamente altri domani.

traduzione dal francese di rosaturca

 

cliccare QUI per il testo originale

 

 

 

 

 

 

Aoristo

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In disequilibrio fluttuante fra la terra e il cielo, abbandono e la necessità di concretizzare. E fra questi : senza termine, a dismisura, in assenza di determinazioni e partizione. . . . .

Ritornavo di sera in città. Dal verde fitto degli alberi che costeggiano la strada fino alle vie del centro il silenzio nell’abitacolo dai finestrini chiusi per l’aria condizionata è penetrato e vinto dalla teoria dei versi amati di cicale.

A casa, i verdi alla finestre sul cavedio stanno piegati e spenti dalla sete ma fioriti, e vivi. Il silenzio vegetale, questa lingua madre.

L’azzurro ampio nel cielo sul cortile ; più tardi le scie di veli d’aria rarefatte illuminate al tramonto del sogno di una rosa, e il vuoto spazio dei voli fra la piazza e l’aperto dice dei rondoni che sono migrati già.

 

 

 

 

 

 

Una perduta attesa

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Cielo al tramonto su Santa Cristina della Fondazza. bologna

 

 

 

 

 

 

Sei venuta in principio a innestare le mie notti nel tuo morire

abissale
di
vertigine

e
più vividi schiarivano i giorni
che il tuo magma
liquido
irrora.

Vieni oggi a mancare nel tempo della veglia. Una perduta attesa. E non è la mia età che trasforma di questa vita la sua linea di fuga — sei tu nei tuoi abbandoni, un passo alla volta, fino allo sperdimento.

 

 

 

 

 

Anchilosi

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– Che cosa vedi Geremia ?
– Vedo un ramo di mandorlo in fiore.

 

 

E’ una settimana dal mio rientro in città, una manciata di giorni dal prosieguo di questa nuova parte della mia vita, come parlare dalla nuova condizione, con quale movimento riguadagnare le orme di sempre nella credenza di avere in quelle il mio cammino ?

Al principio, nuovamente, ma in un modo diverso. La piegatura contratta, il falso movimento, la fusione aderente di tutte le distanze che hanno luogo senza fine di continuità.

Spunta vigile un mandorlo in fiore. Nel deserto senza tempo non finisce di venire primavera.

 

 

 

 

 

 

Una manciata d’istanti

 

 

 

Di sera, in una manciata d’istanti — la vita.
Dopo la risalita a occhi chiusi di uno stentare quotidiano, ecco lo slancio, disincarnato il sorriso ispirato : questa la traccia della giusta via, del fertile passaggio lasciato già alle spalle ; questo il guadagno prezioso da spendere nell’immediato imminente avvenire.

Illusione ? Tutto lo slancio di vivere nell’illusione di un sogno ?
Tutta la vita sognata mentre muoveva l’ondata degli anni.

 

 

 

 

 

 

#Berlino Natale 2016

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immagine web della Breitscheidplatz in cui si è consumata la strage.

 

 

 

 

 

 

Engführung – di Paul CELAN

 

Ho scelto di dedicare questi versi di Paul Celan perché il movimento fugato al cuore della parola – compiendosi in un sovrapporsi sempre più stretto di visioni, così come nella forma musicale della fuga si sovrappongono più strettamente le voci – dà luogo alla realtà spirituale di un soggetto che ha smesso di leggere e di guardare perché gli è saltata la distanza dalle cose del mondo, e ora va in cerca accecato ; che tasta l’anonimato della ” pietra ospitale che non ti tranciava la parola in bocca “. Parola che infine proprio dall’anonimato di pietra avviene e si fa incontro. 

I versi di Engführung sebbene composti dal poeta nel tentativo di dialogare con i sommersi nella tragedia dello sterminio nazista, riecheggiano nel mio orecchio lo stesso smarrimento per le uccisioni che si consumano nell’anonimia delle folle, nel mucchio casuale dei corpi senza più vita sugli asfalti – così come in tutti gli altri spazi pubblici in cui si consuma l’orrore dei morti per strage.

 

 

 

*

VERBRACHT ins
Gelände
mit der untrüglichen Spur:

Gras, auseinandergeschrieben. Die Steine, weiß,
mit den Schatten der Halme:
Lies nicht mehr – schau!
Schau nicht mehr – geh!

Geh, deine Stunde
hat keine Schwestern, du bist –
bist zuhause. Ein Rad, langsam,
rollt aus sich selber, die Speichen
klettern,
klettern auf schwärzlichem Feld, die Nacht
braucht keine Sterne, nirgends
fragt es nach dir.

*

Nirgends

fragt es nach dir –

Der Ort, wo sie lagen, er hat
einen Namen – er hat
keinen. Sie lagen nicht dort. Etwas
lag zwischen ihnen. Sie
sahn nicht hindurch.

Sahn nicht, nein,
redeten von
Worten. Keines
erwachte, der
Schlaf
kam über sie.

*

Kam, kam. Nirgends

fragt es –

Ich bins, ich,
ich lag zwischen euch, ich war
offen, war
hörbar, ich tickte euch zu, euer Atem
gehorchte, ich
bin es noch immer, ihr
schlaft ja.

*

Bin es noch immer –

Jahre.
Jahre, Jahre, ein Finger
tastet hinab und hinan, tastet
umher:
Nahtstellen, fühlbar, hier
klafft es weit auseinander, hier
wuchs es wieder zusammen – wer
deckte es zu?

*

Deckte es

zu – wer?

Kam, kam.
Kam ein Wort, kam,
kam durch die Nacht,
wollt leuchten, wollt leuchten.

Asche.
Asche, Asche.
Nacht.
Nacht-und-Nacht. – Zum
Aug geh, zum feuchten.

*

Zum

Aug geh,

zum feuchten –

Orkane.
Orkane, von je,
Partikelgestöber, das andre,
du
weißts ja, wir
lasens im Buche, war
Meinung.

War, war
Meinung. Wie
faßten wir uns
an – an mit
diesen
Händen?

Es stand auch geschrieben, daß.
Wo? Wir
taten ein Schweigen darüber,
giftgestillt, groß,
ein
grünes
Schweigen, ein Kelchblatt, es
hing ein Gedanke an Pflanzliches dran –

grün, ja
hing, ja
unter hämischem
Himmel.

An, ja,
Pflanzliches.

Ja.
Orkane, Par-
tikelgestöber, es blieb
Zeit, blieb,
es beim Stein zu versuchen – er
war gastlich, er
fiel nicht ins Wort. Wie
gut wir es hatten:

Körnig,
körnig und faserig. Stengelig,
dicht;
traubig und strahlig; nierig,
plattig und
klumpig; locker, ver-
ästelt –: er, es
fiel nicht ins Wort, es
sprach,
sprach gerne zu trockenen Augen, eh es sie schloß.

Sprach, sprach.
War, war.

Wir
ließen nicht locker, standen
inmitten, ein
Porenbau, und
es kam.

Kam auf uns zu, kam
hindurch, flickte
unsichtbar, flickte
an der letzten Membran,
und
die Welt, ein Tausendkristall,
schoß an, schoß an.

*

Schoß an, schoß an.

Dann –

Nächte, entmischt. Kreise,
grün oder blau, rote
Quadrate: die
Welt setzt ihr Innerstes ein
im Spiel mit den neuen
Stunden. – Kreise,

rot oder schwarz, helle
Quadrate, kein
Flugschatten,
kein
Meßtisch, keine
Rauchseele steigt und spielt mit.

*

Steigt und

spielt mit –

In der Eulenflucht, beim
versteinerten Aussatz,
bei
unsern geflohenen Händen, in
der jüngsten Verwerfung,
überm
Kugelfang an
der verschütteten Mauer:

sichtbar, aufs
neue: die
Rillen, die

Chöre, damals, die
Psalmen. Ho, ho-
sianna.

Also
stehen noch Tempel. Ein
Stern
hat wohl noch Licht.
Nichts,
nichts ist verloren.

Ho-
sianna.

In der Eulenflucht, hier,
die Gespräche, taggrau,
der Grundwasserspuren.

*

(– – taggrau,

der

Grundwasserspuren –

Verbracht
ins Gelände
mit
der untrüglichen
Spur:

Gras.
Gras,
auseinandergeschrieben.)
 

Paul Celan Aus : Sprachgitter
Frankfurt am Main : S. Fischer / Fischer TB, 1959

 

 

 

 

 

Il cuore

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La calma del mio cuore stanotte, nel silenzio della stanza il suo battito ritrovato regolare — il mio cuore, il suo coro, la sua voce. La mente che divaga nel buio in intimità con le cose. Di mai conosciuto prima è possibile adesso qualcosa in questo sgombero favoloso.

………….

 

 

 

 

 

 

Aria d’inverno

 

 

 

 

 

Si levano certi mattini come una lastra tombale — così il cielo, in certi giorni d’autunno che declinano di muffa e di licheni, poco prima che giunga la pioggia a schiarire quest’aria con la sua caduta. Presto, si esce di sotto la lastra abbracciati vivi ai morti, e il rigoglio di vivere è questo mosto maturo e segreto.

 

 

 

 

 

Sereno

 

 

 

La dolcezza segreta che racchiude al suo cuore l’aria fredda nei mattini sereni di novembre……..filtra l’antichità di pietra della città dai verdi intorno dalle colline. Un’ebbrezza friabile gemina la zolla, un sorriso di limo selvatico levano dal fiume le correnti……..

 

 

 

 

 

 

Pierre Soupir — 13 Novembre 2015 #hommage

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A woman pays respect at Republic square in Paris, France, Sunday, Nov. 13, 2016. France marked the anniversary of Islamic extremists' coordinated attacks on Paris with a somber silence on Sunday that was broken only by voices reciting the names of the 130 slain, and the son of the first person to die stressing the importance of integration. (ANSA/AP Photo/Kamil Zihnioglu) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

A woman pays respect at Republic square in Paris, France, Sunday, Nov. 13, 2016. France marked the anniversary of Islamic extremists’ coordinated attacks on Paris with a somber silence on Sunday that was broken only by voices reciting the names of the 130 slain, and the son of the first person to die stressing the importance of integration. (ANSA/AP Photo/Kamil Zihnioglu) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]


 

 

 

 

People light candles by the Saint Martin canal, near the restaurant Le Petit Cambodge (Little Cambodia) and the Carillon Hotel in Paris, Sunday, Nov. 13, 2016. France marked the anniversary of Islamic extremists' coordinated attacks on Paris with a somber silence on Sunday that was broken only by voices reciting the names of the 130 slain, and the son of the first person to die stressing the importance of integration. (ANSA/AP Photo/Thibault Camus) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

People light candles by the Saint Martin canal, near the restaurant Le Petit Cambodge (Little Cambodia) and the Carillon Hotel in Paris, Sunday, Nov. 13, 2016. France marked the anniversary of Islamic extremists’ coordinated attacks on Paris with a somber silence on Sunday that was broken only by voices reciting the names of the 130 slain, and the son of the first person to die stressing the importance of integration. (ANSA/AP Photo/Thibault Camus) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]


 

 

 

 

 
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Traversato un anno
nel lucore addormentato del giardino profondo
l’anima–crisalide
nel movimento che
una coerenza composta ostinata produce

 

La memoria una fonte
permanente,
saldata l’onda
ai nostri spiriti
filtra tutto di questo giorno — cosa ci porta ?
Rauco l’amore scintilla
sotto i nostri passi

 

Essere là come un’unghiata di colore
inflitta al disegno nero
che fu all’opera
— andare per altri corpi
dritto
verso la chiarità
come la notte va incontro all’alba,
tenuti all’infinito per il canto semplice
di uno slancio solidale
indivisibile

 

Testo originale di Pierre Soupir
Traduzione dal francese di rosaturca

Cliccare QUI per il testo originale sul sito dell’autore

 

 

 

 

 

 

” Ton rire ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Tu fus une petite fille sage, sérieuse, grave, on ne savait pas pourquoi, quel poids suscitait ta réserve, on sait désormais. Je riais plus que toi, je parlais plus que toi, tu as parlé tard, pour parler tu t’en remettais à moi, le bavard, l’énervant, mais je ne t’énervais pas. J’aimais ton rire, l’entendre fêler ton quant à soi, mais toujours dans ton rire un je ne sais quoi de retenu, un rire raisonnable, qu’on rapprochait à tort des sourires rares de l’aieule: la mère du père, parangon de vertu janséniste, était chiche en joie, pas toi. J’ai toujours su te faire rire, je peux me vanter de ça, jusqu’au bout t’avoir fait rire, cette légèreté-là, ce que je pouvais donner que tu n’avais pas, quitte à chanter du Céline Dion, chanter “Parler à mon père”, quelle ironie pour nous cette chanson, danser tous contre toute raison, toi, Philippe, les enfants, rire en dansant, vivre encore.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

Fosti una ragazzina saggia, seria, grave, non si capiva perché, quale peso ti provocava tanta riservatezza. Adesso sappiamo.

Io ridevo più di te, parlavo più di te, tu hai incominciato a parlare tardi, per parlare ti affidavi a me che ero il chiacchierone, lo snervante, ma non ero così per te.

Amavo il tuo riso, sentire il tuo riserbo incrinarsi, ma di un riso sempre con un non so che di trattenuto, un riso ragionevole, che a torto si voleva far somigliare ai rari sorrisi della nonna : la madre di papà, modello di virtù giansenista, lei sì era avara di gioia, tu no.

Ho sempre saputo farti ridere, posso vantarmene, fino alla fine ti ho fatta ridere, la leggerezza che non avevi era quello che io potevo darti, mi lasci cantare di Céline Dion “ Parler à mon père “, quale ironia per noi questa canzone, tutti a danzare contro ogni ragione, tu, Philippe, i bambini, ridere danzando, vivere ancora.

traduzione dal francese di rosaturca

 

cliccare QUI per il testo originale

cliccare QUI per leggere di più

 

 

 

 

 

 

Autunno — di Marco Mazzanti

( cliccare sull’immagine per ingrandire )

 

 

 

 

 

 
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Viene l’autunno
con le sue grevi piogge
piene si fan le rive
e le profonde rogge
ora s’allevian dell’assolata arsura
i campi, stinge e rosseggia la natura
caduche foglie s’inventan capriole
lasciando il ramo che più non le vuole
entro i cortili, ai bordi della strada
posan frammiste all’erba ognor più rada
fugge la vita, a poco ormai s’afferra
prepara il suo ritorno nella terra.
E dove anch’io potrei trovare adesso
un quieto riposare
se non entro me stesso ?

Testo originale di Marco Mazzanti

 

Cliccare QUI per leggere L’ORZO
 

 

 

Non si rientra veramente in città fino a quando non si ritorna nei mercati contadini che si fanno in giornate diverse in vari luoghi dello spazio urbano. E’ qui che si riflettono le valli, la collina, i coltivi e i boschi.

E’ quando torno nei mercati che so dove sono io ; ed è qui — per radicamento, che frutti della terra sono ancora gli uomini e le donne, i gesti, gli sguardi, le parlate della lingua. E’ qui che si dà il gusto e il senso fisico del tempo che ci muta con i sapori e i colori nel mutare delle stagioni.

Sabato mattina al cortile del cinema Lumière, il mio ritorno dopo il lungo vai e vieni delle ferie estive. Marco che vende le sue mele e il pane che fa Renza sua moglie mi accoglie come se fossi uscita dal libro di favole…….
Prima di andare via mi offre la sua poesia.

rosaturca

 

 

 

 

 

 

Si chiude

 

 

 

 

 

L’oscura nuda verità impressa nella carne, quella di queste membra prese come sostanza e significato del suo dire, l’oscura metamorfosi che ha fatto corpo nel mio fisico mortale . . .

Quante volte ho domandato – inutilmente – di capire perché tutta la vita in questa dura chiusura ; dai limi più lungamente esiliati della mia coscienza. Poi, diventa limpida visione qui — non si cammina, più.

China sul declinare del mio passo, al suo fianco distesa, alla terra, offerta all’ascolto. Piano come impercettibile battito d’ali di farfalla in volo nei sogni, queste membra ed io, intrecciamo una voce di muscoli e nervi e tenerezza e aliti di fiato. E intanto fuori cadeva la sera.

Infine. Siamo uscite sorprese nelle piogge della sera, sulla pietra umida nel buio abbiamo posato la fatica e il sollievo per lo sforzo. Abbiamo guardato, e abbiamo visto insieme tutta la bellezza del creato.

 

 

 

 

 

In una nuova verità

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Nei giorni appena trascorsi pensavo di essere all’opera nel rimontare qualcosa come uno shock, uno spavento grave, comunque uno stato di alienazione dalla mia vocazione naturale.

Ignoro da dove affiorasse tanto smarrimento ; non so se posso additare la vite bianca che radica fra i ruderi e nell’ombra delle siepi e dei boschi, non so se posso additare lei come responsabile. All’apparenza niente di tangibile, nulla è accaduto, dichiarato ; soltanto l’impossibilità di muovermi, anche solo di reggermi in piedi, ma pure di stendermi, di riposare. Quello che si dice ” uno stato di prostrazione “. Oggi pare svanito. Ma non vuol dire che svanito sia il dolore.

Oggi m’innesto in queste membra con una nuova verità ; come se la misteriosa e necessaria metamorfosi abbia fatto corpo alla sua sostanza.

 

 

 

 

 

” Recueillir ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Ils sont allés, tes beaux-parents, le jour de ton anniversaire, fleurir ta tombe, se recueillir comme on dit, ta tombe je ne vais jamais la voir, en cela semblable à Philippe, ta tombe nous est insupportable, elle est le lieu du monde où tu n’es pas. Tu es à Conleau, tu es dans chaque pièce de la maison de Vannes, tu es à Honfleur où tu naquis, tu seras rue des coquillages quand le courage me revenant je retournerai au Croisic. Tu prends part aux visages de tes enfants, j’y retrouve tes expressions, je ne leur dis pas, ne pas peser sur leur bel effort d’être eux-mêmes, d’être heureux après toi. Je ne me recueille pas, je recueille, je te retrouve par instants, telle saveur, telle lumière, celle du musée du Havre où nous avions vu les rivages de Staël lors de ton dernier été. Et, les jours gris comme ce dimanche, c’est vers l’enfance que je me penche, ton enfance toujours vivante en moi.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

I tuoi suoceri ci sono andati, il giorno del tuo compleanno, a infiorare la tomba, la tua, ci sono andati – come si dice – per raccogliersi. Alla tua tomba io non vado mai, non vado mai a visitarla, in questo assomiglio a Philippe, la tua tomba per noi è insopportabile, il luogo del mondo in cui tu non ci sei.

Tu sei a Conleau, sei in tutti gli spazi della casa di Vannes, tu sei a Honfleur dove nascesti, tu sarai scia di conchiglie quando ritrovato il coraggio ritornerò a Croisic. Tu sei nei volti dei tuoi ragazzi, sui quali ritrovo le tue espressioni, non glielo dico, non adombro il loro sforzo di essere se stessi, di essere felici dopo di te.

Non mi raccolgo. Io raccolgo e ti ritrovo in istanti, come un sapore, una luce, quella del museo di Havre dove abbiamo visto le rive di Staël la tua ultima estate. E nei giorni grigi come questa domenica è verso l’infanzia che io mi chino, quella tua infanzia sempre vivida in me.

traduzione dal francese di rosaturca

 

cliccare QUI per il testo originale

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Vento leggero

 

 

 

 

 

Vento leggero alla finestra, sposta le tende nella penombra della stanza estiva.
Penso a un modo di muoversi tra le cose come se fosse ascoltarne calma la voce.

Borgo di San Petronio, bologna. 5 agosto 2007

 

 

 

 

 

Dominio di sé

 

 

 

Avere il dominio di sé — sarebbe come possedere la coscienza di dove appoggiano questi piedi, le nostre mani. Oppure filare all’incontrario diretti al punto cogente della propria ragione. Si può mai ?

Nell’ombra d’aria calda di queste prime giornate estive, alla finestra della stanza l’inclinatura di luce nel declinare di un raggio riflette con la dolcezza selvaggia di madreperla, uno stupore candido e muto e ricadente di senso enigmatico e vero.

Affidarsi alla grazia della sorgente del proprio raggio sul mondo – quello che siamo noi – credere nella stella e al suo mistero, che a volte illumina riflessa di notte una voce di ultima rosa estiva.

 

 

 

 

 

 

Concerto straordinario

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Di ritorno sui miei passi, un giorno più tardi. Di ritorno dalla musica, quella  suonata dal vivo ; di ritorno dal canto vibrato in carne e sangue. Di ritorno da quella grotta che è il cuore umano, al quale si accede per la gola.

Come un lume splende di notte più solitario, così l’ascolto stupisce. E per miracolo quasi avviene uno svuotarsi d’affetti. Ed è qualcosa che leva insieme all’inattesa eco che in queste fibre tese promana.

 

 
Bologna
Santuario della Basilica di Sant’Antonio di Padova
mercoledi 22 giugno 2016 ore 21

 

 

 

 

 

L’orzo – di Marco Mazzanti

 

 

 

 

 

Curva l’ispide vette verso la madre terra l’orzo
e nel fluente mar delle setose ariste
getta qua e là le spighe come pesci in branco.
Mutano i culmi ormai, gli asciutti lembi
vinti son già dalla calura
e al carezzar del vento esala
dense fragranze amare
la messe che matura.

Testo originale di Marco Mazzanti

 

 

 

Condivido qui un testo di Marco Mazzanti ; un biglietto nella sporta della spesa insieme al pane fatto in casa da Renza, sua moglie, che il sabato al mercato non manco di comprare quando sono in città. Renza e Marco infatti lavorano la terra e allevano animali nella loro azienda agricola biodinamica in provincia di Ferrara. 

Il biglietto di Marco è rimasto sul mio tavolo per qualche settimana, nell’attesa che mi venisse un’idea per presentarlo, introdurlo all’attenzione di chi lo leggerà. Adesso forse quei campi saranno stati mietuti delle
” fragranze amare della messe che matura “.

In realtà, il ritmo che tocca come la brezza estiva ogni parola del testo è esso stesso il messaggero dell’intimità d’ascolto, che dal campo d’orzo s’ispira fino in questi versi che chiedono la stessa intimità per dischiudere al cuore il loro canto.

rosaturca

 

 

 

 

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Familiari

 

 

 

Patriarcali.
Disprezzo e rifiuto di ogni forma di individualità e creatività. Negazione perciò della vita stessa.
Idolatria del conformismo.
Il genos ( che è retaggio di donne !) vi è imprigionato. L’amore ( cristiano ) non abita qua.

 

 

 

 

 

 

Condominiali

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Una giornata di ordinaria follia quella mia di ieri, sotto l’urto della cattiva coscienza del prossimo. . .una notte e un giorno per cercare di nominarla

 

Cose da scrivere definitivamente nel libro della memoria :

  • normalmente uomini e donne vivono in uno stato di cattiva coscienza e si relazionano in vista di un obiettivo principale che è quello di fottere
  • le une e gli altri piegano in questa prospettiva il linguaggio come un utensile servile, in nessun rapporto con la verità delle cose
  • non vedono, non sentono, sembra quasi che non vivano in carne ed ossa
  • non cedere loro spazio — mai. Nemmeno quando incominciano a spandere la melassa di gentilezze miracolose. . .pena l’essere trascinata nel delirio della ragione e finire con l’essere manipolata

 

Infine, non mancare di farmi cogliere di sorpresa dall’ultimo oro del tramonto che discende l’orizzonte lontano da qui, e nel cielo sul cortile giunge specchiandosi in volo sotto l’ale dei rondoni che in tutte le direzioni battono l’aria delle loro grida.

 

 

 

 

 

 

Una chiarezza inattesa

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Quello che più di tutto mi getta nella vertigine nutrendomi di nuova spinta vitale………questa sopraggiunta chiarezza
inattesa
incontrovertibile
di trovarmi nel mio cammino
di non aver sbriciolato giorni da niente

di non aver mancato
di non aver perduto

di avere questo corpo mortale di forze immense.

 

 

 

 

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1° maggio 1947

 

 

 

 

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La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all’aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C’era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell’odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.
Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia repubblicana.
 

 

La strage di Portella della Ginestra

 

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Apocalisse nucleare – 26 APRILE 1986

 

 

 

 

 

E poi qualcosa inatteso ti cambia. Niente si riconosce e tu sei dis-orientata. Potrei dirlo anche in un modo diverso — le priorità delle cose di sempre non si ritrovano più. Ma non si tratta soltanto di questo, la conseguenza più evidente.

Qualcosa è stato spostato alla radice, come un girare le spalle, un voltarsi dall’altra parte con il proprio sguardo e tutte le proprie forze.

 

 

 

 

 

 

CHERNOBYL – Video censurato

 

 

 

 

 

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Prima di Fukushima, nel 1999… CLICCARE QUI PER L’ARTICOLO

 

 

 

 

 

 

P. P. Pasolini – inedito sulla resistenza

 

 

 

 

 

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Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

Qualcosa pare oggi, nella primavera del ’55, realmente finito: il dopoguerra. È finito non solo nel disordine e nella corruzione, ma anche nelle coscienze di viverci. Il senso di liberazione e di ripresa, dal ’45 agli anni immediatamente successivi, sembra ormai il dato di una psicologia lontana: e si ripresenta viziato, all’interno di ognuno di noi, dello stesso male che avrebbe portato il mondo esterno – la classe dirigente italiana, nella fattispecie – all’involuzione di oggi. Si sente il desiderio di dimenticarlo e superarlo, come un legame stantìo, impuro e un po’ ridicolo.

Esattamente il contrario avviene per gli anni della Resistenza: che si sono fissati in una luce che si fa sempre più limpida. Nessun desiderio di superarli – come per gli anni del dopoguerra: e nemmeno, certo, di ritornarci, se essi richiedono di contare come un’esperienza unica e altissima: sicuramente la più alta della nostra vita. Di farsi paradigma: cristallino nella necessità e nella violenza con cui le circostanze lo hanno determinato – che dimostri, come dato, determinato appunto dalle circostanze storiche e fuori dalla nostra coscienza logica e dai nostri programmi, una possibilità: la possibilità di un’intesa tra uomini della più diversa formazione e delle più diverse tendenze.

Allora, ciò che univa era la necessità del combattere – dell’agire -, oggi, che quel paradigma va sciolto nei suoi termini logici e riportato all’analisi, della necessità di capire. (Si badi che noi parliamo da intellettuali, non da politici: anche se la distinzione vale solo alla superficie). E la comprensione del mondo, l’atto del capire, può realizzarsi anche in una posizione che non sia resa estrema da una scelta: può realizzarsi anche in una posizione intermedia (ma non di terza forza o di aprioristica coalizione!), in cui chi vi si trova abbia una coscienza chiara (e soffra magari un dramma sincero) della propria impossibilità di scegliere: assumendo questa impossibilità a dato storico. E si badi che noi, di tendenza marxista, non usiamo in questo momento un linguaggio che sia marxisticamente eretico, non usciamo dall’impostazione classista del discorso.

Dei borghesi – come sono gli intellettuali invitati a questa testimonianza nel «Dibattito» – commetterebbero, ne siamo certi, un peccato di irrazionalità se, per salvarsi, si gettassero definitivamente in un’azione che, data la scelta compiuta, li giustificherebbe davanti a se stessi e li annullasse in una specie di anonimato e di conformismo. Meglio che di una conversione, si tratterebbe, in tal caso, di una inversione del proprio essere storico. Ed è per questo che non si dovrebbe tornare alla Resistenza nemmeno nel migliore degli atteggiamenti, per così dire, parriani: non sempre la purezza di un ideale e di una nostalgia garantiscono la sua necessità.

Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire: mai un fare è stato in così immediata dipendenza da un conoscere. E se una conciliazione dei vari modi di conoscenza (o almeno dei due fondamentali) è possibile, questa, ripetiamo, non può essere che drammatica: religiosa, senza autolesionismi o irrazionalismi mistici.

Come allora a unirci erano le difficoltà e i pericoli esterni, oggi dovrebbero essere le difficoltà e i pericoli interni: se le istituzioni e gli ideali democratici non sono minacciati da una scatenata violenza di eserciti, ma da una scissione che disgregando la società in una pratica e ideologica lotta di classe, disgrega in realtà la vita stessa, nella pienezza che questa raggiunge attuandosi nei singoli individui. E l’equilibrio (quello, supremo, della Resistenza) non va certo raggiunto cancellando uno dei termini del dilemma: ma vivendo il dilemma nel modo più rischioso, intellettualmente e sentimentalmente.

Pier Paolo Pasolini, 1955
 

 

 

 

 

Resistenza e desistenza – Piero Calamandrei

 

 

 

…tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.
Alfonso Gatto, 25 Aprile

 

 

 

 
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Piero Calamandrei

 

 

 

 

 

Il decennio della “desistenza”

Ma il governo della Resistenza fu abbattuto dopo pochi mesi, nel novembre del 1945, come tutti ricordiamo, da intrighi di vecchi politicanti. E cominciò allora quel decennio di progressivo e corrosivo discredito dei valori della resistenza, il decennio della “desistenza”, che cominciò con la la beffa della epurazione e con le famigerate applicazioni dell’amnistia in materia di sevizie non mai abbastanza efferate, e che poi, proclamata malgrado tutto la Repubblica e votata la Costituzione, è diventato, in questi ultimi anni, con progressivo slittamento, disfattismo costituzionale, disprezzo di tutto quello che di nuovo e di innovatore aveva la nostra Costituzione, irrisione quotidiana di tutti i diritti fondamentali, dalla libertà di religione al diritto al lavoro, che la Costituzione aveva voluto garantire ai cittadini della nuova Italia democratica. La Resistenza, rinnegata prima nei suoi valori morali e politici, fu rinnegata poi nei suoi valori giuridici, consacrati nella Costituzione. […]

Il dramma della Resistenza e del nostro Paese è stato questo : che la Resistenza, dopo aver trionfato in guerra, come epopea partigiana, è stata soffocata bandita dalle vecchie forze conservatrici appena essa si è affacciata alla vita politica del tempo di pace, ov’essa era chiamata a dar vita a un nuova classe politica che riempisse il vuoto lasciato dalla catastrofe.

I morti della Resistenza vollero essere, credettero di essere, le avanguardie di una nuova classe dirigente, pulita e onesta, fatta di popolo, destinata a prendere il posto di tutti i profittatori e di tutti i corruttori. Quei morti furono la testimonianza e la promessa di un autogoverno popolare in formazione : ma finita la guerra, i vecchi vivi risalirono sulle poltrone e la voce dei giovani fu ricoperta da quelle vecchie querele.

 

Piero Calamandrei Passato e avvenire della resistenza, estratto da Resistenza e guerra. 
 

 

 

 

 

I giorni di pioggia

( cliccare sulle immagini per ingrandire )

 

 

. . .  e il tessuto sonoro degli uccelli
nei vespri a primavera.

bologna. 8 aprile 2016

 

 

 

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Arborescenti mazzi d’occhi fioriti – ARTAUD

 

 

 

 

( extrait )

Allons, je serai compris dans dix ans par les gens qui feront aujourd’hui ce que vous faites. Alors on connaîtra mes geysers, on verra mes glaces, on aura appris à dénaturer mes poisons, on décèlera mes jeux d’âmes.


Alors tous mes cheveux seront coulés dans la chaux, toutes mes veines mentales, alors on percevra mon bestiaire, et ma mystique sera devenue un chapeau. Alors on verra fumer les jointures des pierres, et d’arborescents bouquets d’yeux mentaux se cristalliseront en glossaires, alors on vera choir des aérolithes de pierre, alors on verra des cordes, alors on comprendra la géométrie sans espaces, et on apprendra ce que c’est que la configuration de l’esprit, et on comprendra comment j’ai perdu l’esprit.


Alors on comprendra pourquoi mon esprit n’est pas là, alors on verra toutes les langues tarir, tous les esprits se dessécher, toutes les langues se racornir, les figures humaines s’aplatiront, se dégonfleront, comme aspirées par des ventouses desséchantes, et cette lubrifiante membrane continuera à flotter dans l’air, cette membrane à deux épaisseurs, à multiples degrés, à un infini de lézardes, cette mélancolique et vitreuse membrane, mais si sensible, si pertinente elle aussi, si capable de se multiplier, de se dédoubler, de se
retourner avec son miroitement de lézardes, de sens, de stupéfiants, d’irrigations pénétrantes et vireuses, 

alors tout ceci sera trouvé bien,
et je n’aurai plus besoin de parler.

 

Antonin Artaud, Le Pèse-Nerfs

 

 

 

 

 

 

Catarsi

 

 

 

 

 

Che mi avrebbero saldato il cammino a questo nido di Legioni Celesti,
per il tramite del danno irreparabile alla nascita, nel sale e nella polpa

………………………………….

 

 

 

 

 

L’ÂGE CASSANT – René Char

 

 

« Je me révolte, donc je me ramifie. »

 

 XXXIX

Si vous n’acceptez pas ce qu’on vous offre, vous serez un jour des mendiants. Mendiants pour des refus plus grand.

XL

On ne découvre la vraie clarté qu’au bas de l’escalier, au souffle de la porte.

 

René Char, L’Âge Cassant

 

 

XXXIX

Non accettando quello che vi si offre, sarete un giorno dei mendicanti. Mendicanti di rifiuti più grandi.

XL

Non si scopre il vero chiarore se non in fondo alla scala, allo spiraglio di luce della porta.
 

Traduzione dal francese rosaturca
 

 

 

 

 

 

Senso comune ?

 

 

 

 

 
” Il tempo di leggere come il tempo d’amare dilatano il tempo di vivere ”

Provo una sorda irritazione al sentore di luoghi comuni come questo. Fiuto sotto mentite spoglie la germinazione di un pregiudizio – borghese ? – che giudicando su tutto si annette in proprio il valore superiore della migliore qualità possibile del proprio tempo e della propria vita.

 

” L’amore – sempre erotico – racchiude in sé il senso ultimo del mondo, la sua cifra occulta, celata nel corpo della persona amata “

Convinzioni come queste ammettono la tentazione irresistibile per l’uomo, per la donna di vivere soggiogati dal dominio dei sensi, così pure dai sentimenti. E sia. Ma non confondiamo la cifra con la figura — meglio servirebbe allo scopo una passione sospesa.
 

 

 

 

 

 

Una virtù naturale

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Dalla stazione dei treni cammino verso casa, porto la bici a mano e risalgo la trionfale via Indipendenza come attraversare l’ampio letto di un fiume in secca, oppure come se ancora mi aggirassi fra le cortine degli alberi intorno ai quali serpeggiano i sentieri. In continuità fra ciò che resta delle colline intorno alla città e la sua architettura antica, come scavate nei fianchi della roccia queste infilate di archi e di volte sotto i portici e tutta questa teoria di pilastri e colonne. Deviare dal decumano massimo verso il corpo nudo di bronzo del dio Nettuno gigantesco sulla fontana, e la piazza Maggiore con la fabbrica di san Petronio dalla facciata incompiuta nei secoli, per metà di mattoni bruni, di terra cotta e rimasta alle piogge, ai venti, all’oscurità della notte incipiente che cade sul corpo nudo della basilica proprio come sulle spalle delle colline.

Non è solo la pietra che resta, ma lo stupore di una virtù naturale.

Di ritorno dai boschi nelle membra mi porto sempre una spossatezza radicale, quasi che la terra sotto il fogliame a ogni passo, e l’argilla per i greti delle correnti mi avessero impregnata di sale.

 

 

 

 

 

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La poesia è dei poeti . . .

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Pierre Reverdy – Le gant de crin

” Je ne pens pas, je note “

 

 

◼︎◼︎
. . .
Les oiseaux chantent pour eux seuls. Mais il arrive que certains oiseaux semblent rechercher, pour chanter le plus fort, le voisinage de l’homme.

◼︎◼︎ La poésie est exclusivement aux poètes qui qui écrivent pour eux seuls et quelques hommes doués d’un sens que les autres hommes n’ont pas.

 

 

 

 

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◼︎◼︎
. . .
Gli uccelli cantano unicamente per sé. Ma succede che taluni uccelli sembrino ricercare, per cantare più forte, la vicinanza dell’uomo.

◼︎◼︎ La poesia appartiene esclusivamente ai poeti che scrivono unicamente per sé e per alcuni uomini dotati di un senso che gli altri uomini non hanno.

Traduzione dal francese di François Livi, Milano 1993

 

 

 

 

 

 

E diciamo la verità

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E poi diciamo la verità, la sola cosa che conta è questa vena di parola nell’orecchio — di giorno, di notte, non finisce di venire. E’ questo essere-verso, origine e radice in ogni istante, per ogni giorno della vita. Averlo scelto, per tutti i giorni futuri della mia vita…

Altre cose diverse sono la fortuna dei casi del mondo, le circostanze.  
 

 

 

 

 

 

Tango dell’anima

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Se l’occhio non fosse solare
Come potremmo vedere la luce ?
Non vivesse in noi la forza del dio,
Come potrebbe il divino incantarci ? ” *

* la citazione è estratta da QUI

 

 

 

 

Stiamo entrando in quella parte dell’anno in cui il sole sul cortile a mezzogiorno con i suoi raggi si tuffa nella stanza, e sono fendenti di gioia inattesa che inarcano questa penombra pulviscolare in cui si vive immersi negli interni della città antica, in quelle celle claustrali di secoli ora ristrutturati monolocali in centro-città . . .

 

 

 

 

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Dice bene Walter Friedrich Otto che radicata nel Mito la creatura umana può raggiungere una regione luminosa e lieta in cui piacere e dolore si neutralizzano nella libertà e nella chiarezza, e le cose stesse si accolgono e rilucono all’interno della creatura come una Cosa sola.

Come la danza, che fa la creatura un tutt’uno con la musica e in questo unico è una vertigine in cui si vive come si cessasse di vivere – una forma di estasi ?
Ieri notte danzare nel piccolo caffè del centro è stato al tempo stesso uno spossessamento e un planare in volo nelle correnti di un’aria mai respirata prima. Ma anche più di questo, il sigillo impresso di una qualità oblativa che scioglie la gravità dell’esperienza in spirito e canto . . .  Avrò la forza di ritornare adesso al lavoro nel pozzo spaventoso de La lingua dei padri. 

 

 

 

 


Christopher Simpson (1602/1606 – 1669)

 

 

 

 

 

 

Nell’attesa

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Come se non bastasse, mi crolla addosso stamattina anche tutto il peso di tutti gli angoli da sgomberare prima che mia madre venga a stare da me per il tempo delle sue visite mediche  . . . Qualunque tipo di preparativi mi rende nervosa. 

E poi senza averlo deciso, mi ritrovo in cima alla scala verso il ripiano più alto della libreria, a levare i miei vecchi album da disegno e l’occorrente per dipingere. Stavo pensando qualche giorno fa che con la bella stagione mi piacerebbe riprendere il lavoro con i colori all’aperto.

 

 

 

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I.

 

 

 

 

 

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II.

 

 

 

 

 

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III.

 

 

 

 

 

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IV.

 

 

 

 

 

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V.

 

 

 

 

 

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VI.

 
I – VI
Prove di disegno dal vero
bologna, sacrario dei caduti polacchi Estate 2007

 

 

 

 

 

 

 

Pentimenti

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Avrei dovuto portare a compimento la scrittura nella notte passata, e invece . . . Il tempo vale per i suoi momenti – per questo passa, deve passare perché è fatto di momenti che cedono il passo e l’occasione gli uni agli altri.  Nient’altro conta, né seguire l’idea, la volontà, una tabella d’impegni, un’agenda, un programma. Niente che possa essere guardato a distanza, deciso, organizzato, catturato nella rete del pensiero. Niente di niente. Soltanto fidarsi del momento a nervi tesi. E’ un altro modo di dire la natura selvaggia del vivere.

E anche dire qualcos’altro, Per esempio che io non ho una vita mia, non posso mancare per un solo istante questa vena corrente di poesia, questa febbre di spirito, questa ricerca di verità, non posso smettere di dialogare sommessamente fra tutte le cose, e raccogliere segni e incarnarli in queste membra in cammino, e parlare da qui. Credere di poter scegliere in proprio il tempo del riposo è credere una bestialità.

Durissima oggi la difficoltà da sormontare.

 

 

 

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” Pensare tutto intero ” J. A. D. Ingres

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1813

Per un buon pittore, quando conosca bene il suo mestiere ed abbia ben appreso ad imitare la natura, la cosa più ardua sta nel «pensare» tutto intero il suo quadro, averlo per così dire tutto in mente, per poterlo dipingere in seguito con calore e come d’un solo getto. Allora, credo, tutto appare come «sentito» insieme. Ecco le caratteristiche del grande maestro, quello che si deve raggiungere, a forza di pensare giorno e notte la propria arte, se si è nati per questo.

L’enorme quantità di opere antiche compiute da un sol uomo prova che a un certo momento l’artista di genio si sente come trascinato dai suoi stessi mezzi e tutti i giorni fa cose ch’egli prima non credeva saper fare.

Mi sembra d’essere quest’uomo. Faccio progressi ogni giorno : mai il lavoro mi fu così facile e ciò nonostante le mie opere non sono fatte con negligenza, al contrario. Io «finisco» più di prima, ma molto più in fretta . . .

 
J. A. D. Ingres, Note e Pensieri

A cura di Luciano Anceschi
Alessandro Minuziano Editore – Milano, 1946

 

 

* * *

Pensare tutto intero è come attingere a una dimensione cosmica per ogni minuta visione frammentaria o parziale. E’ un moto di spirito, un esercizio – del pensiero – di terrestre trascendenza.

Pensare tutto intero per sentire tutto insieme : e il calore, e l’unico getto con il quale l’opera sembra fatta come da se stessa e in se stessa bastante nella sua integrità, hanno a che fare con la natura di tutte le cose organiche vive.

La forza, che si tempra nel pensare giorno e notte tutto questo. . .fino a riuscire a collimare con la stessa potenza dei propri mezzi.

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La più bella fioritura

 

 

 

Il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane in Dio si esce da se stessi. Proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, una fioritura.

Papa Francesco

 

 

 

 

 

 

. . . è anche un bambino il cuore

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Il cuore sempre lui sullo sfondo. Le ragioni del cuore, sempre le stesse. E’ anche un bambino il cuore, e non sa quanti trucchi al mondo per evitare di rispondere non farsi trovare, ignorare il suo riso che non chiedeva di più . . .

 

 

 

 

 

 

Déstabiliser – Nicole Peter

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Le nuvole passano sopra di me, la testa mi gira e un senso di vertigine . . .

Basterebbe de-stabilizzare
dis-orientare
dis-equilibrare
chi guarda in un elogio del fragile dell’instabile del precario di tutto quanto si muove e non ritorna a posto, in un omaggio al vento e all’effimero, alla sabbia che non ha forma, alla piuma che volteggia intorno alla mia testa, all’acqua che scorre e non riviene mai allo stesso luogo, alla schiuma che non si può stringere nelle mani.

Basterebbe lasciarsi cullare da ciò che fluttua, si muove, avere per trattenersi nient’altro che friabili ramature, della sabbia sotto i piedi, della schiuma.

Basterebbe perdersi in apparenze mutevoli come in un labirinto e suscitare questo istante di smarrimento, quando il corpo vacilla leggermente e trema.

Basterebbe vivere tutti questi momenti di oscillazione leggera quando voltandomi, con un sentimento di quasi panico mi accorgo che la spiaggia dietro di me è lontana, che da molto tempo non tocco il fondo, ricordarmi di questi stessi istanti di sgomento quando in montagna, perduto il mio sentiero, capisco che sto girando intorno.

Quando i miei sensi mi ingannano divento vulnerabile, non ho più i piedi in terra e vacillo mentre i miei riferimenti scompaiono. Tutti questi interstizi entro i quali navigo regolarmente, sono altrettanti momenti che posso mettere a frutto per ancorarmi alle mie certezze e respingere tutto quanto in me è fissità e resistenza e durezza.

Scrivere in questi spiragli, nei margini della fragilità e della vertigine. Trovare le mie parole in questo sbilanciamento e in tutti questi passi falsi.

Diventerò allora come questa nuvola che si sfilaccia nel cielo e riprende forma un po’ più lontano o come questa piuma che danza deponendo secondo il gradimento del vento qualche traccia sopra una pagina bianca ?

 

 

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Nicole Peter
Traduzione dal francese di rosaturca

cliccare QUI per l’articolo in lingua originale

 

 
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Passages – cliccare QUI per il sito dell’autrice

 

 

 

 

 

 

Un chiarore per se stesso

 

 

 

In qualche istante la nebbia ha avuto ragione su di noi, sulle nostre vite luccicanti e prive di splendore. Un corpo di chiarore per se stesso, ha occupato tutta l’aria e le distanze un dipanare di sogno, e la pietra manufatta e il suo detto solitario nuovamente si confidano nell’occhio restituito d’improvviso alle selve.

 

 

               Une clarté en soi

En un rien de temps, le brouillard nous a englouti, nous et nos vies scintillantes et privées de splendeur. Bloc de clarté en soi, il a occupé tout l’air et les lointains démêlant le rêve. Alors, la pierre taillée et son dit solitaire se confient à nouveau dans la vue des forêts soudain retrouvée.

              Traduzione dall’italiano di Philippe Aigrain

 

              Cliccare QUI per la pagina dedicata sul sito di Philippe Aigrain

              Cliccare QUI per leggere la NOTA ALLA TRADUZIONE

 

 

 

 

 

” Promesse de neige ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Les enfants attendaient la neige. Les enfants sont sans patience. Ils criaient pour crever les nuages, dessinaient sur leurs cahiers des canons pointés vers le ciel bas, faisaient cercle dans la cour, païens sous les arbres dépouillés, défiant de toutes leurs forces l’équilibre des nues. Qu’ils tombent, les flocons sur les paumes rouges de nos mains dégantées, qu’ils couvrent la route de l’école, qu’on ne la retrouve jamais, qu’y disparaisse l’auge gelée des boeufs et la voiture du père, qu’ils figent dans le silence l’élan terrible de la vie, qu’ils soient la vie même avant de recouvrir la vie. Ils sont énervés disaient les maîtresses qui les voyaient tendus vers les fenêtres, jusqu’à ce que la cloche de quatre heures et demi les libère dans la nuit tombante, la boue, la pluie, puis les premiers flocons qu’ils faisaient fondre sur la langue avec de petits gloussements transis.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

I bambini aspettavano la neve. I bambini non hanno pazienza. Gridavano per crepare le nuvole, disegnando sui loro quaderni dei cannoni puntati verso il cielo basso, facevano cerchio nel cortile, come pagani sotto gli alberi spogli con tutte le loro forze sfidando l’equilibrio delle nuvole.

Che cadono i fiocchi sulle palme rosse delle nostre mani senza guanti, e ricoprano la strada per la scuola — che non la si ritrovi più, che sparisca la mangiatoia gelata dei buoi e l’auto di papà, che raggelino nel silenzio lo slancio terribile della vita, che siano la vita stessa prima di ricoprire la vita.

Sono nervosi dicevano le maestre che li vedevano allungarsi verso le finestre. Finché la campanella delle quattro e mezza li libera nella notte che cade, il fango, la pioggia, e i primi fiocchi che fanno sciogliere sulla lingua con piccoli schiocchi intirizziti.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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Un lucore di lampada

( cliccare sulle immagini per ingrandire )

 

 

 

Tutta una parte del mattino a riconquistarsi al silenzio e all’immobilità — là dove tutto è nuovamente principio. Dipanarsi dal nido del letto come il sogno di una nuvola nel cielo. Rimettersi in piedi tardi e sormontare la disfatta che il tempo infligge nelle membra fino all’osso.

 

 

 

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Nell’attesa che l’acqua bollente filtri attraverso la polvere del caffé rigovernare quello che resta di una parte di notte fra la cucina e la stanza. Mangiare frutti di stagione, aprire i gusci di noci. Dare la carica alla sveglia soltanto per il suo ticchettìo sonoro delle ore. Ritornare sui miei passi e poi

corteggiare il bianco
sgombero del
tavolo,
un lucore di
lampada
a –
cesa

anche se fuori l’azzurro del cielo risplende nella luce del sole.

 

 

 

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Inter – mezzo

 

 

 

Fra le dita d’azzurro cola l’oro del giorno, dalle palme ancora aperte delle mani del dio. Quasi sera. E il rigore di una luce di cristallo spira il primo gelo d’inverno sul cortile.

 

 

 
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maver quartet – spaesaggi

 

 

Carrugi E Malasorte

 

Canto Alla Luveria

 

Spaesaggi

 

Mammaranta

 

Chanson Des Chameaux

 

Insultango

 

Peschici

 

Figli Del Vento

 

 

 

 

 

 

Blocco note di viaggio

 

 

 

L’illusione di una identità personale — cancellata. Vanità : una distrazione perduta.

Di ritorno dal mio viaggio nelle terre del Mito, ho lasciato per sempre il sogno di una voce.

Ho smesso di pensare : la mia vita. Più nessuna consequenzialità temporale.

La scrittura numerica precipita lo spossessamento, e dispone a questo anonimato incandescente che consuma le tentazioni della personalità.

 

 

 

 

 

 

Da buio a buio

 

 

 

Le sette della sera. Fuori la pioggia fa una pausa, da stamattina. A casa, per tutto il giorno in una dimensione notturna — da buio a buio.

In equilibrio fra obbligo e desiderio…una conquista insperata. Oggi, naturalmente mi concedo di scrivere. In questo agio di disporre di tempo. Tutto il piacere deriva da qui. E il desiderio si accresce nell’incondizionata disponibilità liberata. Nell’indifferenziato, questa possibilità di scegliere di dedicarsi.

C’è tango stanotte in città. E c’è tango nei battiti del mio cuore. Ma io accompagno questa notte al cammino di versi sublimi, misteriosi come sigilli fino alla roccia prosciugata nei letti di parole. E scintillanti al bagliore lunare.

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

Ritorno in città

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Di ritorno dalla terra che mi ha dato i natali : grazie ” con cento cuori ” per le conversazioni mistiche col vento, agli umidori viaggianti, ai lucori segreti, al cielo vicino raggiante di stelle, ai versi odorosi lasciati inscritti per noi dalla mano del dio nelle pieghe dei verdi.

 

 

 

 

 

 

Alain Badiou : penser les meurtres de masses

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Mi sveglio presto stamattina. Avrei tempo per uscire, ma resto in casa. Un altro giorno di traduzione della lunga conferenza di Alain Badiou al théâtre de la Commune d’Aubervilliers del 23 novembre scorsoPrima parte, La struttura del mondo contemporaneo. Traduco fino al paragrafo Les nouvelles pratiques impériales (escluso). L’esperienza del pensiero è molto intensa, come sempre al lavoro con un testo. Senza contare lo sforzo della mia andatura nella lingua, nella voce dell’altro. L’esperienza del pensiero s’incarna.

Il testo è un valido esercizio della ragione. E’ anche un punto di vista e una visione del mondo. E’ un carattere – filosofico – stringente, a tratti angosciante.

Leggo, rifletto, traduco. Penso, mi trasformo e torno sempre con la mente alla mole degli scritti di Pier Paolo Pasolini, alla vita interrotta di Pier Paolo Pasolini, al suo andare e tornare dall’inferno reale… Fino al momento in cui non è tornato più. La sua ultima intervista – QUI – la sera stessa in cui sarà ammazzato ( della quale stento a completare la pubblicazione su questo blog, per eccesso di dolore ) è un colpo che spinge la sua gittata lontano, molto più lontano dal punto in cui parlava : arriva fino a noi, a questi nostri tempi di omicidi di massa.

 

 

 
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Come ogni giorno della mia vita

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Siamo discesi presto in città. Presto fa buio in questa parte dell’anno, ancora prima in collina.

A casa, poche cose da fare a quest’ora, ma con tutta la dedizione che si può. Naturale dopo tanto alitare di cielo ritrovarsi così nelle proprie mani. E riconoscersi in queste mani. E rimanere in ascolto del silenzio che si tiene nell’ombra delle nostre parole.

La cena cuoce sul fuoco e intanto faccio uno shampoo, una doccia per riscaldare questa terrena umidità che si nutre di me. Mi preparo così al giorno di domani. Come se avessi un motivo di farlo. Ma non ne ho. Ogni giorno per me la stessa inesauribile distanza da consumare fra i due estremi della mia vita – come una bestia da tiro, tutti i giorni della mia vita. 

 

 

 

 

 

 

L’itinerario

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Quarantott’ore senza riuscire a dormire, e poi …

 

 

 

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Via San Petronio Vecchio

 

 

 

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Via San Petronio Vecchio

 

 

 

 

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Piazza Santo Stefano

 

 

 

 

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Piazza Santo Stefano

 

 

 

 

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Piazza Santo Stefano

 

 

 

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Piazza Santo Stefano

 

 

 

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La torre degli Asinelli

 

 

 

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Via Caprarie

 

 

 

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Sotto il voltone del podestà

 

 

 

 

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La fontana del Nettuno

 

 

 

 

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Sotto il voltone del podestà

 

 

 

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L’albero di Natale all’ingresso di Sala Borsa

 

 

 

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Piazza Galvani
 

 

 

 

 

 

” Perché siamo tutti in pericolo ” — Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

«Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi : “Perché siamo tutti in pericolo” » P.P.P.

 

 

 

 

 

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« Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le quattro e le sei del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro è suo, non mio.  Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo  che appare continuamente nelle risposte che seguono . . . »

 

Furio Colombo, L’ultima intervista di Pasolini
Roma 2005. Avagliano Editore

 

 

 

 

 

Estratti « a minutissime dosi » dell’intervista

 

 

#1 [ Il rifiuto essenziale ]

F.C.
Io dirò « la situazione », e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale, ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La « situazione » con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire : tuo è il merito e tuo è il talento. Ma gli strumenti ? Gli strumenti sono della « situazione ». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu ? Tu non resteresti solo e senza mezzi ? Intendo mezzi espressivi, intendo…

P.P.P.
Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese ( e tu sai che non sempre sono d’accordo con loro… ). In grande l’esempio ce lo dà la storia.
Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, « assurdo » non di buon senso.

 

 

#2 [ Descrizione della situazione ]

P.P.P.
Allora i discorsi sono tre. Qual’è, come tu dici, « la situazione », e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

F.C.
Ecco, descrivi allora « la situazione ».

P.P.P.
Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual’è la tragedia ? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo : ma strano, ma questi due treni non passano di lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo ? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto.
Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità.

 

 

#3 [ Difficoltà della scelta ]

P.P.P.
Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore ( dove la rivoluzione sempre comincia ).
Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e “collabora” ( mettiamo alla televisione ) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma cosa li separa dal ” potere ” ?

 

 

 

. . . continua . . .

 

 

 

 

 

 

Rimango

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a G. N.

Il deserto è per amore di Dio. C’è stato chi ha avuto il sangue gelato per me.

L’Aperto che scuote è questa sete inattingibile di canto.
Il deserto, un recinto irrespirabile.

Se non avessi avuto queste immagini tristi, questo esercizio dello sguardo tanto più avanti di me da inoltrarsi per proprio conto molto più in là delle mie sole intenzioni . . .

Nella discesa incontro a una realtà radicale, mi trovo a innesto su qualcosa di arcaico.

 

 

 

 

 

Prospettiva orizzontale

 

 

 

” Vis me mouvant comme un plongeur sur le fond-s d’une inconnaissance. Et dans l’opaque ne vois que les détritus de soi. “

Serge Marcel Roche

 

Mi vedo muovere, come un nuotatore sul fondo-dei-fondi di una inconoscenza. E nell’opaco non scorgere nient’altro che i detriti di sé.

Traduzione dal francese di rosaturca

Horizontal et l’ennui – notation 11

cliccare QUI per la lista completa tradotta in italiano

 

 

 

 

 

 

Bologna del disamore

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Per l’ufficio postale, cinque minuti a piedi. E ritorno.

 

 

 

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Via San Petronio Vecchio

 

 

 

 

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Strada Maggiore

 

 

 

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Strada Maggiore

 

 

 

 

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Strada Maggiore

 

 

 

 

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Via Fondazza

 

 

 

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Via Fondazza

 

 

 

 

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Via Fondazza

 

 

 

 

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Via San Petronio Vecchio

 

 

 

 

 

 

DETTI E CONTRADDETTI

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Karl Kraus

 

 

 

Molte donne vorrebbero sognare insieme con gli uomini senza andarci a letto. Bisogna far loro presente con decisione l’inattuabilità di un tale proposito.

 

 

 

 

 

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Lo sterile piacere dell’uomo si nutre dello sterile spirito della donna. Ma del piacere femminile si nutre lo spirito maschile. Il piacere di lei crea le opere di lui. Tutto ciò che alla donna non è dato rende possibile all’uomo di servirsi dei propri doni. Libri e quadri vengono creati dalla donna, — non da quella che li scrive o dipinge. Un’opera viene messa al mondo : questa volta la donna ha fecondato ciò che l’uomo ha partorito.

C’è una donna nella stanza prima che entri uno che la vede ? Esiste la donna in sé ?

Nulla è più insondabile della superficialità della donna.

Il contenuto di una donna si coglie presto. Ma prima di penetrare fino alla superficie ?

L’erotismo dell’uomo è la sessualità della donna.

Il seduttore che si gloria di iniziare le donne ai misteri dell’amore : il turista che arriva alla stazione e si offre di mostrare alla guida turistica le bellezze della città.

La superiorità maschile negli affari d’amore è un meschino vantaggio, che non ci fa guadagnare nulla e non fa altro che violenza alla natura femminile. Bisognerebbe lasciarsi introdurre da ogni donna ai misteri della vita sessuale.

 

 

 

 

 

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Quanto più forte è la personalità di una donna, tanto più facilmente essa porta il fardello delle sue esperienze. L’orgoglio viene dopo la caduta.

La memoria corta degli uomini si spiega con la loro estrema lontananza dal sesso, che si dissolve nella personalità. La memoria corta delle donne si spiega con la loro vicinanza al sesso, dove la personalità si dissolve.

La donna è coinvolta sessualmente in tutti gli affari della vita. A volte perfino nell’amore.

Una donna la cui sensualità non cessa mai e un uomo a cui vengano ininterrottamente dei pensieri : due ideali dell’umano che sembrano morbosi all’umanità.

[ … ] Portare l’inconsapevolezza alla coscienza è eroismo ; affondare la consapevolezza nell’incoscienza è “finesse”.

Ci si avvezzi a dividere le donne in due tipi : quelle che sono già nell’incoscienza e quelle che debbono essere portate all’incoscienza. Le prime stanno più in alto e governano il pensiero. Le altre sono più interessanti e servono il piacere. Nel primo caso l’amore è devozione e sacrificio; nell’altro vittoria e preda.

Alla fine l’importante è che ci si metta a riflettere sulla vita erotica in genere.

 

cliccare QUI per continuare a leggere

 

Detti e contraddetti di Karl Krauss
A cura di Roberto Calasso, Adelphi Edizioni . 1972

 

 

 

 

 

 

Senza rete

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Tempo liberato. Spazio liberato nel pensiero, deserto. Possibilità dello stupore.

Calma, sconosciuta. Persa l’idea dell’ascolto : abbandonata. Sola con me stessa. Viva. Nel mondo materiale delle cose, nella luce materiale di tutte le ore del giorno. Nelle sere. Nelle voci della notte.

Il mondo nuovamente diventato grande, per la distanza ridiscesa fino a qui. Guardare, sentire, lavorare, capire.

 

 

 

 

 

 

La memoria di un giorno

 

 

 

Come del tempo la risacca s’arresta        e là, dove s’accumula, volenterose mani accorrano a dipanare

così, l’oscurità.

 

 

 

“j’aimerais tant
pouvoir être
comme ce jour
qui n’a pas
le sentiment
d’en être un.” *

Pierre Soupir 

Le rythme constant de l’oubli

 

 

* poter essere        
             – mi piacerebbe tanto –
come questo giorno
che non ha
il sentimento di essere
uno.

Traduzione dal francese di rosaturca
 

 

 

 

 

Ricordando la venuta al mondo di Paul Celan

 

 

 

 

 

Non scriverti
tra i mondi,

tieni testa
alla varietà dei significati,

fidati della traccia di lacrime
e impara a vivere.

Paul Celan

 

 

 

[ . . . ]

qualcosa che riguarda da vicino l’io poetico, il suo profilo e la densità interiore ed esistenziale di chi scrive. Qualcosa che non si limita ad alludere al dolore e lo rende esplicito nel canto. Qualcosa che rivela la resistenza del poeta nel canto. Dunque, l’uomo, il poeta, il suo dolente incedere nei tempi a lui contemporanei ed il suo essere una creatura durevole dentro tale scenario. Qualcosa, l’esegesi di una poetica tutta raccolta nelle poche righe di una sintesi estrema,

[ . . . ]

Non sono mai andato a Thiais per portargli un fiore, e non se nemmeno se mai più potrò permettermi di farlo. Lo depongo idealmente qui, ora, nella forma di minuscolo ricordo.

E’ un fiore semplice, il mio, come una margherita di campo. Come un fiore spontaneo, di quelli che nascono come vogliono, quando vogliono, dove vogliono in un prato brado, all’improvviso. Sbocciano inattesi e non visti. Come accade spesso alle parole dei poeti e nelle visioni dei profeti. Come sboccia in eterno e per sempre il tuo canto sublime, carissimo Paul.

Giordano Mariani

 

( cliccare QUI per l’articolo completo su EXTEMPORALITAS – il sito dell’autore )

 

 

 

 

 

Contro l’idea di fragilità

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Ho l’impressione che nessuna creatura in terra potrebbe esistere se custodisse in sé anche la più minuta fragilità. Siamo mortali, ed è una cosa diversa dall’essere fragili.

La forza è ovunque. E’ vivere. La mancanza di forza è non-vivere-più. E’ nell’esperienza del dolore che si addensa la più grande riserva della forza di vivere.

 

 

 

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Quando sento parlare di fragilità io ascolto la vita anestetizzata della mente — quando con il fisico non si ha più niente a che fare.

 

 

 

 

 

 

Gustave Flaubert “… si tu savais”

 

 

 

         Vogliamo parlare del soffocamento che dà lo sforzo smisurato della parola quando giunge alla propria sterilità sull’aperto immenso della passione amorosa ?

rosaturca

 

 

 

Gustave Flaubert à Louise Colet  [ Samedi 8 Août 1846 ]

 

. . .

11 heures du soir…
      Adieu, je ferme ma lettre. C’est l’heure où, seul et pendant que tout dort, je tire le tiroir où sont mes trésors. Je contemple tes pantoufles, ton mouchoir, tes cheveux, ton portrait, je relis tes lettres, j’en respire l’odeur musquée. Si tu savais ce que je sens maintenant !… dans la nuit mon coeur se dilate et une rosée d’amour le pénètre !
      Mille baisers, mille, partout, partout.

 

 

 

Addio, chiudo la lettera. E’ l’ora in cui, solo e mentre tutto dorme, apro il cassetto in cui sono i miei tesori. Contemplo le tue pantofole, il fazzoletto, i tuoi capelli, il ritratto, rileggo le tue lettere, ne respiro l’odore muschiato. Se tu sapessi quello che sento ora ! . .  . nella notte il mio cuore si dilata e una rugiada d’amore lo penetra. Mille baci, mille, dappertutto, dappertutto

Traduzione dal francese di Maria Teresa Giaveri, Milano 1984

 

 

 

 

 

 

Come un paesaggio in divenire

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All’inizio c’è stata l’immagine nello specchio in un momento banale, oggi come in qualsiasi altra giornata nella mia vita, nell’incessante slittamento verso altrove ; in quell’immagine stasera mi sono riconosciuta, l’ho fermata per me.

Poi, sono uscita nel vento della sera a fare una camminata.

 

 

 

 

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Nelle viscere della storia

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Come criceti in gabbia girano la ruota senza fermarsi — se si potesse distendere nello spazio la durata di quel movimento si coprirebbero chilometri.

Andare fino in fondo al proprio assunto espressivo, allargando lo spazio che il contesto sociale concede — Ma se tutto è concesso e niente arriva al cuore… Come riemergere dall’indistinto e rintracciare i segni del bersaglio ?

In gioco non è la vanità individuale di ciascuno, ma la prospettiva di un orizzonte comune che apre una lingua di parlanti, nell’estuario del proprio tempo, nelle viscere della storia.

 

 

 

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Popolare#2

 

 

 

 

Orquesta Anibal Troilo canta Francisco Fiorentino

 

 

 Gricel

Música: Mariano Mores
Letra: José María Contursi
tango 1942
 
No debí pensar jamás
en lograr tu corazón
y sin embargo te busqué
hasta que un día te encontré
y con mis besos te aturdí
sin importarme que eras buena…
Tu ilusión fue de cristal,
se rompió cuando partí
pues nunca, nunca más volví…
¡Qué amarga fue tu pena!

No te olvides de mí,
de tu Gricel,
me dijiste al besar
el Cristo aquel
y hoy que vivo enloquecido
porque no te olvidé
ni te acuerdas de mí…
¡Gricel! ¡Gricel!

Me faltó después tu voz
y el calor de tu mirar
y como un loco te busqué
pero ya nunca te encontré
y en otros besos me aturdí…
¡Mi vida toda fue un engaño!
¿Qué será, Gricel, de mí?
Se cumplió la ley de Dios
porque sus culpas ya pagó
quien te hizo tanto daño.
 

 

 

 

 

 

Popolare#1

 

 

 

 

 
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Flor de lino – vals criollo

Letra de Homero Expósito
Musica de Héctor Stamponi

 


 
Floreal Ruiz cantando con la orquesta de Aníbal Troilo ( 1947 )

 

 

Deshojaba noche esperando en vano
Que le diera un beso
Pero yo soñaba con el beso grande
De la tierra en celos.

Flor de lino qué raro destino
Nunca vi un camino de linos en flor.

Deshojaba noche esperando en vano
Como yo la espero
Lleno de vergüenza
Como los muchachos con un traje nuevo.

Cuántas cosas que se fueron
Y hoy regresan siempre
Por la siempre noche
De mi soledad.

Yo la ví florecer como el lino
De un campo argentino maduro de sol.
Si la hubiera llegado a entender
Ya tendría en mi rancho el amor.

Yo la ví florecer en un día
Mandinga la huella que se la llevó
Flor de lino se fue y hoy que el campo está en flor
Amalaya me falta su amor.

Hay una tranquera por donde el recuerdo
Vuelve a la querencia
Que el remordimiento del no haberla amado
Siempre deja abierta.

Flor de lino te veo en la estrella
Que alumbra la huella de mi soledad.

Deshojaba noches cuando te esperaba
Por aquel sendero
Lleno de esperanzas como gaucho pobre
Cuando llega al pueblo.

Flor de ausencia, tu recuerdo
Me persigue siempre
Por la siempre noche
De mi soledad.
 

 

 

 

 

 

Una scelta estetica

 

 

 

Una scelta estetica : ciò che si include e ciò che si esclude nella propria rappresentazione. Una scelta determinata dalle persone e dai contesti ai quali si rivolge – si dedica, si destina – la nostra rappresentazione.


“Una scelta estetica è sempre una scelta sociale [ . . . ] Ciò non significa affatto che la scelta estetica sia impura o interessata. Anche le scelte dei santi sono sociali.”
Pier Paolo Pasolini

E se invece tutto questo non ci fosse più, se non ci fossero fra di noi quelle distinzioni sociali che ci costringono a scegliere ? Se niente di tutto questo esistesse ancora e noi ci trovassimo disseminati per ogni dove, a caso nel buio della rete elettronica, tutti così perfettamente accomunati dalla stessa mancanza di realtà ? Avrebbe – ha – ancora senso qualcosa da rappresentare ? E se non è questo, che cos’altro è diventata la spinta della rappresentazione nelle nostre necessità espressive ?

Se la cultura dava realtà divaricando lo spazio sociale di ciò che era consentito – lo spazio espressivo che la società concede … dove stanno oggi le celate membrature di questo nostro corpo sociale globale ?

 

 

 

 

 

 

Edonista ?

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Il calore del fuoco al quale si cuoce il cibo per la cena è la prima cosa che cerco appena sveglia, nelle prime ore del pomeriggio. Non ho mai desiderato di essere pubblicata. Non ho mai desiderato seriamente di essere pubblicata. Mi domando sempre — perché qualcuno dovrebbe leggermi ? Perché scrivo, non me lo sono domandato mai. Leggo poco, perché molto lentamente. Leggo sempre in modo sparso, impossibile qualsiasi tentativo di organizzazione.

 

 

 

 

 

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Discrìmine

 

 

 

Un momento critico, forse una situazione di pericolo, in questa dimensione di visibilità astratta e statistica — virtuale.

 

 

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Dopo l’intensa rilettura di
Tetis e Abiura dalla “Trilogia della vita”, di Pier Paolo Pasolini
Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni. Bologna, 2015