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” Tôt ou tard ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Tu n’aimais pas ces mois où la lumière renonce, les jours brefs, de rouille, de brume et de lampadaires falots, moi peut-être plus enclin aux lichens, aux mousses, aux fougères roussies, aux brouillards accrochés jusqu’aux ponts de la Risle, ces ombres elles protègent, le monde est si violent qu’il faut prévoir des refuges, des échappements. Je pourrais chanter comme on pleure, mais je tends vers l’hiver, j’entends par là que je me terre et que je guette les signaux infimes de ton spectre, il y a de toi partout, il suffit d’être disponible, il suffit de laisser la place et luit encore un peu -mais pour combien de temps?- le yo-yo de l’enfance dont je suis reliquaire. Ils ne m’effraient plus guère ces jours de fin du monde, c’est trop tôt tu dirais de la nuit, de la maladie, du matin tragique où s’épuise l’espèce à consumer son bien. C’est trop tard depuis toujours trop tard, nul n’a sauvé personne, il n’est que de se cacher et d’attendre, le jour dernier, le goût de cendres, le couteau du boucher.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

Tu non amavi questi mesi in cui la luce rinuncia, i giorni brevi, di ruggine, di bruma e di luce insulsa di lampadari. Io, posso essere più incline ai licheni alle schiume alle felci ossidate alle nebbie appese fino al ponte di Risle, queste ombre proteggono, è così violento il mondo che bisogna prevedere dei rifugi, delle vie di fuga.

Je pourrais chanter comme on pleure…ma io tendo verso l’inverno, sento che là m’interro, all’erta dei segnali infimi che manda il tuo spettro, c’è di te dappertutto, basta essere disponibile, lasciare spazio e ancora un po’ emette bagliori —ma per quanto tempo ? lo yo-yo dell’infanzia del quale sono io il reliquiario.

Non mi spaventano per niente questi giorni di fine del mondo, è troppo presto diresti tu della notte, della malattia, del mattino tragico in cui la specie si estingue. . .

E’ troppo tardi da sempre, niente ha salvato nessuno, non c’è che nascondersi e aspettare, l’ultimo giorno, il gusto di ceneri, il coltello del macellaio.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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” Pluie de novembre ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Il a plu tous les jours derniers, plus que de raison, à faire déborder les fossés, il a plu jusque dans mon grenier, par infiltration, le long de la cheminée, jusqu’à la pièce débarras, il a plu comme l’an passé le soir de la mort de maman, il semblerait qu’il pleuve de la même façon, me voilà trempé. Il est gravé le nom de maman sur la tombe, ça a pris presque un an, redoré le nom des grands parents, il peut bien repleuvoir sur l’or de leur nom, ça prendra bien trente ans pour que l’or se ternisse, ça fait bien des averses sur la pierre bleue de Vire et bien des rhumatismes pour mes mains douloureuses, avoir mal c’est vivre encore, admettons. Tu aurais aimé vivre assez vieille pour souffrir de rhumatismes, tu aurais enduré la pluie avec bravoure, ça ne t’aurait pas terni l’humeur, mais il pleut sur la pierre gravée et c’est sans toi qu’il pleut.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

E’ piovuto per tutti i giorni scorsi ; senza misura è piovuto fino a fare straripare i fossi, è piovuto anche nella mansarda, per infiltrazione dal camino fino al ripostiglio. E’ piovuto come l’anno scorso la sera della morte della mamma, sembrerebbe piovere allo stesso modo, eccomi qua fradicio.

E’ inciso il nome della mamma sulla tomba ; quasi un anno ci è voluto per rifare la doratura del nome dei nonni, e adesso potrà ben piovere sul loro nome dorato, ci vorranno almeno trent’anni prima che sbiadisca, e intanto quanti acquazzoni passeranno sul blu della pietra di Vire ed io avrò male alle mani allora per i reumatismi, e avere male, ammettiamolo, è vivere ancora.

Ti sarebbe piaciuto vivere così a lungo da diventare abbastanza vecchia e soffrire di reumatismi, con coraggio avresti sopportato la pioggia e questo non avrebbe attenuato la vivacità del tuo umore. Ma piove adesso sulla pietra incisa, ed è senza di te che piove.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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Una donna – prosieguo

 

 

 

 

 

 

 

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per Sibilla Aleramo

 

. . .nell’ascolto della mente la sua scrittura scompare — come se lo spirito per se stesso avesse preso voce e parola incarnate in questa donna e tuttavia eccedendo continuamente la misura della sua storia. Per radicare e attingere verso un inedito ampio e fondo in cui tutte le corde di un apparente indistinto secolare — come per miracolo ! si articolano di una parola delicata verso il dolore che non si scioglie, non si sconta ; per compiere vivido il senso di memoria che ritorna una seconda volta su ciò che è compiuto, per pronunciarlo ancora, per darne al mondo la parte che gli spetta.

 

 

 

 

 

 

Una donna

 

 

 

 

 

 

 

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per Sibilla Aleramo

 

…la delicatezza della sua parola che ritorna sul corpo-contuso della vita che è stata la sua, e pure ancora la nostra lungo scie di millenni in cui — quante volte ! siamo rimaste da sole impastate al silenzio che ci ha riempita la bocca, al nerofumo nelle stanze fino a non vedere più, alle paludi che ancora troppe volte ci arenano le ginocchia obliandoci la spinta per reimparare il passo che ci fa andare via. Una donna di Sibilla Aleramo mi ha accompagnata per anni nei traslochi di case e città senza che del libro mai abbia sfogliata una pagina ; se anche avessi aperto il libro e il mio ascolto alla sua voce, oggi lo so, non avrei proseguito, non avrei potuto.

In viaggio notturno si giunge fino a lei, fino a sfiorare la sua voce chiara, il suo dire limpido ed è anche un passaggio di violento stupore per quanto noi donne ancora ci somigliamo andando indietro nel tempo, e questo rispecchiarci nelle somme del dolore ci riconosce, e promette già di rigenerarci un’altra e più autentica identità.

Sono sicura che a Sibilla sarebbero piaciute le mie piccole Calancole.

 

 

 

 

 

 

Bologna in fiore

 

 

 

 

 

 

 

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Semplice : una piazzetta nel cuore antico della città che per un fine settimana in primavera e in autunno ricopre il suo lastricato di porfido di vasi di piante verdi e fiorite, di aromatiche, di piante grasse e succulente, di Tillandsie, di carnivore…

Un esercizio di apprendimento della lingua madre in età adulta consiste nel coltivare specie vegetali per farne un giardino.

. . . . . ri — apprendere ad ascoltare nell’apparente silenzio, riconoscere bisogni a cui riuscire a rispondere, espressioni vitali in cui riuscire a coinvolgersi, registrare con le antenne dello spirito il moto vegetale e…sfiorare almeno un poco quella china di mobilissimo verdeggiante abbandono nell’aria verso il cielo.

Per quest’anno ho scelto piccolissime piante grasse che sistemo stanotte nelle teiere di Alice.

 

 

 

 

 

 

Mutar di foglia

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. . . . .
e non s’intende di vesti femminili
portate sulle caviglie

Saffo, 57

 

 

E’ passata la fine dell’estate, la parte in cui l’ultimo calore della stagione marcisce come un sudario di fuoco stinto nell’aria, nella carne, nei pensieri ; tutto questo finito. Puntuale è arrivato settembre con i suoi venti, con le sue acque diverse : riserve di umidità prendono consuetudine nell’atmosfera come sotto la pelle, a ogni passo, vanno incubando le piogge nel cielo, le bacche mature sui rovi e nei roseti.

Anch’io — mi decido, muto il mio aspetto di nuove trame, nuovi colori. . . una vena sottile di eccitata attesa pervade il mio spirito a questo incipiente luminare di bianco di bruno di nero.

 

 

 

 

 

 

La forma

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Forse la forma non è mai la forma di qualcosa,
forse non ha nient’altro da mostrare all’infuori di se stessa.

 

 

Nuovamente ho conquistato la forma verticale — ho due gambe, le braccia, le spalle, il petto leggero con un respiro diverso. Abbiamo nuotato in piscina di sera e poi su per le vie delle colline, mentre scivolava il sole al tramonto. La fine dell’estate è un sudario che si svolge nell’aria ferma e calda, e già le brezze della sera portano con sé il profumo delle erbe aromatiche secche ormai come i prativi tagliati e secchi, come le stoppie rimaste sui campi. Porzioni sempre più ampie di splendore cedono all’ombra sempre più densa e umida.

Che il lavoro di raccolta dei materiali per Il viaggio di Demetra fosse anche il primo passo verso il nuovo impegno di ” mettere in forma ” tutti i miei versi — questo l’avevo intuito. Ma non potevo prevedere quello che mi sta succedendo in questa scelta dei testi, della loro posizione, apparentemente un’operazione esterna al fare poetico che si è compiuto già, un secondo passaggio, un fare ritorno senza sorpresa ai momenti singolari dell’ispirazione.

E poi non è così. L’irripetibile del mondo che le parole una prima volta hanno vibrato in ogni poesia si fa incontro nuovamente, ma in un modo diverso. E questo modo è la forma : qualcosa che da se stessa da sempre scandisce il ritmo e l’andatura alle voci dei versi nelle cortine della nostra temporalità. Ogni poesia una visitazione ; e l’attenzione dell’ascolto è da disporre tutta verso il riconoscimento, l’autenticità di quel primo disegno.

 

 

 

 

 

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Incomparabile

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La cena è stata semplice ; le verdure cotte in salsa hanno lasciato un gusto dolce in bocca. Un raro momento con la mente in pausa, con l’orecchio in ascolto soltanto in un’immanenza terrena di gesti prosaici, quotidiani.

Ogni giorno aggiungo altri testi al Viaggio di Demetra. E’ svanito come la nebbia al sole il timore iniziale che avevo per la poca quantità di testi revisionati da inserire nella raccolta – ne esistono infatti degli altri di un’estate fa, in un taccuino chissà dove sugli scaffali delle librerie… Svanito dunque il timore nel momento in cui ho cominciato ad aguzzare l’ascolto delle poesie fino al punto in cui le ho viste muoversi all’interno in un modo che lasciava intravedere un incedere duplice del senso, che mentre circoscrive puntuale il momento in cui svolge la sua immaginazione pure va spaziando di abbandono in abbandono, fino a compiere da se stesso la rivelazione della sua forma.

 

 

 

 

 

 

Il viaggio di Demetra

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tutto è compiuto. Regina senza regno Demetra non finisce di passare sotto finestre accostate in ogni ora del giorno per la calura estiva ; la notte giace addormentata abbandonata ai margini delle vie.

Passa davanti come un’afa marcita e levantina, sciroccale si acquatta sulle sabbie del cuore.

Ma la teoria delle sue processioni senza stuoli è nei meriggi, quando passa inattesa a brandire di parole necessarie il tempo – che non ha parole – e a ridonare il soffio di una nuova cicatrice per ogni spirito vitale.

 

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Ipotetico

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— Nei giardini le ortensie come potrebbero fiorire senza un po’ d’acqua…..ci sarebbe qualcuno che possa pensarci, qualcuno che le prenda a cuore ?

 

 

In piazza Cavour un’armonia prolungata di suono di campane riecheggia nel calore compatto estivo dell’aria come fosse un corpo fisico palpabile che ci abbracci. E dopo il suono, un poco più in alto del fragore di motori del traffico stradale un po’ più su ondeggia l’eco di quel suono — e se fossi io a prolungarlo nel pensiero appoggiandomi all’aria densa oltre i cornicioni fioriti di pietra ?

E poi di nuovo riprende davvero lo scampanio possente dei bronzi. Potrebbe essere da San Petronio ? Oppure da San Domenico ? I giardini stanno nel mezzo.

E ancora una volta rintoccano le campane a un ritmo che pare inseguire se stesso — e se fossero i campanili delle due chiese vicine a intonare questo reciproco chiamarsi e rispondersi come dall’interno di una inscindibile dualità che si tenda e si ricomponga per ogni battito di questo adunarsi ?

Sono passate le otto della sera.

 

 

 

 

 

 

” Silence ” – testo di Alexis Mandre

 

 

 

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Le silence apposait ses bandes de soie rose

Sur le jour fatigué qui se fondait en nuit.

 

C’était une explosion de ciel horizontale

Un grand bouquet final de couleurs douloureuses

– c’était la fin du monde, toujours recommencée.

 

Et sous un réseau blanc d’étoiles de jasmin

Je l’écoute tisser de nouveaux lendemains.

 

Alexis Mandre

 

 

Sul giorno stanco che radicava in notte
pone accanto il
silenzio
le sue bande setarosa

Un’esplosione di cielo orizzontale
era
infine un fascio di colori dolenti

— la fine del mondo
era,
sempre al suo principiare

E sotto il bianco reticolo stellato di gelsomino
ascolto tessere nuovamente altri domani.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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Aoristo

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In disequilibrio fluttuante fra la terra e il cielo, abbandono e la necessità di concretizzare. E fra questi : senza termine, a dismisura, in assenza di determinazioni e partizione. . . . .

Ritornavo di sera in città. Dal verde fitto degli alberi che costeggiano la strada fino alle vie del centro il silenzio nell’abitacolo dai finestrini chiusi per l’aria condizionata è penetrato e vinto dalla teoria dei versi amati di cicale.

A casa, i verdi alla finestre sul cavedio stanno piegati e spenti dalla sete ma fioriti, e vivi. Il silenzio vegetale, questa lingua madre.

L’azzurro ampio nel cielo sul cortile ; più tardi le scie di veli d’aria rarefatte illuminate al tramonto del sogno di una rosa, e il vuoto spazio dei voli fra la piazza e l’aperto dice dei rondoni che sono migrati già.

 

 

 

 

 

 

Una perduta attesa

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Cielo al tramonto su Santa Cristina della Fondazza. bologna

 

 

 

 

Sei venuta in principio a innestare le mie notti nel tuo morire

abissale
di
vertigine

e
più vividi schiarivano i giorni
che il tuo magma
liquido
irrora.

Vieni oggi a mancare nel tempo della veglia. Una perduta attesa. E non è la mia età che trasforma di questa vita la sua linea di fuga — sei tu nei tuoi abbandoni, un passo alla volta, fino allo sperdimento.

 

 

 

 

 

 

Anchilosi

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– Che cosa vedi Geremia ?
– Vedo un ramo di mandorlo in fiore.

 

 

E’ una settimana dal mio rientro in città. Una manciata di giorni dal prosieguo di questa nuova parte della mia vita. Come parlare dalla nuova condizione, con quale movimento riguadagnare le orme di sempre nella credenza di avere in quelle il mio cammino ?

Al principio, nuovamente, ma in un modo diverso. La piegatura contratta, il falso movimento, la fusione aderente di tutte le distanze hanno luogo senza fine di continuità.

Spunta vigile un mandorlo in fiore. Nel deserto senza tempo non finisce di venire primavera.

 

 

 

 

 

 

Una manciata d’istanti

 

 

 

Di sera, in una manciata d’istanti — la vita.
Dopo la risalita a occhi chiusi di uno stentare quotidiano, ecco lo slancio, disincarnato il sorriso ispirato : questa la traccia della giusta via, del fertile passaggio lasciato già alle spalle ; questo il guadagno prezioso da spendere nell’immediato imminente avvenire.

Illusione ? Tutto lo slancio di vivere nell’illusione di un sogno ?
Tutta la vita sognata mentre muoveva l’ondata degli anni.

 

 

 

 

 

 

#Berlino Natale 2016

immagini web della Breitscheidplatz in cui si è consumata la strage.
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Engführung – di Paul CELAN

 

Ho scelto di dedicare questi versi di Paul Celan perché il movimento fugato al cuore della parola – compiendosi in un sovrapporsi sempre più stretto di visioni, così come nella forma musicale della fuga si sovrappongono più strettamente le voci – dà luogo alla realtà spirituale di un soggetto che ha smesso di leggere e di guardare e che va in cerca accecato ; che tasta l’anonimato della ” pietra ospitale che non ti tranciava la parola in bocca “. Parola che infine proprio dalla pietra avviene e si fa incontro. 

I versi di Engführung sebbene composti dal poeta nel tentativo di dialogare con i sommersi nella tragedia dello sterminio nazista, riecheggiano nel mio orecchio lo stesso smarrimento per le uccisioni che si consumano nell’anonimia delle folle, nel mucchio casuale dei corpi senza più vita sugli asfalti – così come in tutti gli altri spazi pubblici in cui si consuma l’orrore dei morti per strage.

 

 

 

 

 

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*

VERBRACHT ins
Gelände
mit der untrüglichen Spur:

Gras, auseinandergeschrieben. Die Steine, weiß,
mit den Schatten der Halme:
Lies nicht mehr – schau!
Schau nicht mehr – geh!

Geh, deine Stunde
hat keine Schwestern, du bist –
bist zuhause. Ein Rad, langsam,
rollt aus sich selber, die Speichen
klettern,
klettern auf schwärzlichem Feld, die Nacht
braucht keine Sterne, nirgends
fragt es nach dir.

*

Nirgends

fragt es nach dir –

Der Ort, wo sie lagen, er hat
einen Namen – er hat
keinen. Sie lagen nicht dort. Etwas
lag zwischen ihnen. Sie
sahn nicht hindurch.

Sahn nicht, nein,
redeten von
Worten. Keines
erwachte, der
Schlaf
kam über sie.

*

Kam, kam. Nirgends

fragt es –

Ich bins, ich,
ich lag zwischen euch, ich war
offen, war
hörbar, ich tickte euch zu, euer Atem
gehorchte, ich
bin es noch immer, ihr
schlaft ja.

*

Bin es noch immer –

Jahre.
Jahre, Jahre, ein Finger
tastet hinab und hinan, tastet
umher:
Nahtstellen, fühlbar, hier
klafft es weit auseinander, hier
wuchs es wieder zusammen – wer
deckte es zu?

*

Deckte es

zu – wer?

Kam, kam.
Kam ein Wort, kam,
kam durch die Nacht,
wollt leuchten, wollt leuchten.

Asche.
Asche, Asche.
Nacht.
Nacht-und-Nacht. – Zum
Aug geh, zum feuchten.

*

Zum

Aug geh,

zum feuchten –

Orkane.
Orkane, von je,
Partikelgestöber, das andre,
du
weißts ja, wir
lasens im Buche, war
Meinung.

War, war
Meinung. Wie
faßten wir uns
an – an mit
diesen
Händen?

Es stand auch geschrieben, daß.
Wo? Wir
taten ein Schweigen darüber,
giftgestillt, groß,
ein
grünes
Schweigen, ein Kelchblatt, es
hing ein Gedanke an Pflanzliches dran –

grün, ja
hing, ja
unter hämischem
Himmel.

An, ja,
Pflanzliches.

Ja.
Orkane, Par-
tikelgestöber, es blieb
Zeit, blieb,
es beim Stein zu versuchen – er
war gastlich, er
fiel nicht ins Wort. Wie
gut wir es hatten:

Körnig,
körnig und faserig. Stengelig,
dicht;
traubig und strahlig; nierig,
plattig und
klumpig; locker, ver-
ästelt –: er, es
fiel nicht ins Wort, es
sprach,
sprach gerne zu trockenen Augen, eh es sie schloß.

Sprach, sprach.
War, war.

Wir
ließen nicht locker, standen
inmitten, ein
Porenbau, und
es kam.

Kam auf uns zu, kam
hindurch, flickte
unsichtbar, flickte
an der letzten Membran,
und
die Welt, ein Tausendkristall,
schoß an, schoß an.

*

Schoß an, schoß an.

Dann –

Nächte, entmischt. Kreise,
grün oder blau, rote
Quadrate: die
Welt setzt ihr Innerstes ein
im Spiel mit den neuen
Stunden. – Kreise,

rot oder schwarz, helle
Quadrate, kein
Flugschatten,
kein
Meßtisch, keine
Rauchseele steigt und spielt mit.

*

Steigt und

spielt mit –

In der Eulenflucht, beim
versteinerten Aussatz,
bei
unsern geflohenen Händen, in
der jüngsten Verwerfung,
überm
Kugelfang an
der verschütteten Mauer:

sichtbar, aufs
neue: die
Rillen, die

Chöre, damals, die
Psalmen. Ho, ho-
sianna.

Also
stehen noch Tempel. Ein
Stern
hat wohl noch Licht.
Nichts,
nichts ist verloren.

Ho-
sianna.

In der Eulenflucht, hier,
die Gespräche, taggrau,
der Grundwasserspuren.

*

(– – taggrau,

der

Grundwasserspuren –

Verbracht
ins Gelände
mit
der untrüglichen
Spur:

Gras.
Gras,
auseinandergeschrieben.)
 

Paul Celan Aus : Sprachgitter
Frankfurt am Main : S. Fischer / Fischer TB, 1959

 

 

 

 

 

 

Il cuore

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La calma del mio cuore stanotte, nel silenzio della stanza il suo battito ritrovato regolare — il mio cuore, il suo coro, la sua voce. La mente che divaga nel buio in intimità con le cose. Di mai conosciuto prima è possibile adesso qualcosa in questo sgombero favoloso.

………….

 

 

 

 

 

 

Aria d’inverno

 

 

 

Si levano certi mattini come una lastra tombale — così il cielo, in certi giorni d’autunno che declinano di muffa e di licheni, poco prima che giunga la pioggia a schiarire quest’aria con la sua caduta. Presto, si esce di sotto la lastra abbracciati vivi ai morti, e il rigoglio di vivere è questo mosto maturo e segreto.

 

 

 

 

 

 

Sereno

 

 

 

La dolcezza segreta che racchiude al suo cuore l’aria fredda nei mattini sereni di novembre……..filtra l’antichità di pietra della città dai verdi intorno dalle colline. Un’ebbrezza friabile gemina la zolla, un sorriso di limo selvatico levano dal fiume le correnti……..

 

 

 

 

 

 

Pierre Soupir — 13 Novembre 2015 #hommage

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A woman pays respect at Republic square in Paris, France, Sunday, Nov. 13, 2016. France marked the anniversary of Islamic extremists' coordinated attacks on Paris with a somber silence on Sunday that was broken only by voices reciting the names of the 130 slain, and the son of the first person to die stressing the importance of integration. (ANSA/AP Photo/Kamil Zihnioglu) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

A woman pays respect at Republic square in Paris, France, Sunday, Nov. 13, 2016. France marked the anniversary of Islamic extremists’ coordinated attacks on Paris with a somber silence on Sunday that was broken only by voices reciting the names of the 130 slain, and the son of the first person to die stressing the importance of integration. (ANSA/AP Photo/Kamil Zihnioglu) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]


 

 

 

 

People light candles by the Saint Martin canal, near the restaurant Le Petit Cambodge (Little Cambodia) and the Carillon Hotel in Paris, Sunday, Nov. 13, 2016. France marked the anniversary of Islamic extremists' coordinated attacks on Paris with a somber silence on Sunday that was broken only by voices reciting the names of the 130 slain, and the son of the first person to die stressing the importance of integration. (ANSA/AP Photo/Thibault Camus) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

People light candles by the Saint Martin canal, near the restaurant Le Petit Cambodge (Little Cambodia) and the Carillon Hotel in Paris, Sunday, Nov. 13, 2016. France marked the anniversary of Islamic extremists’ coordinated attacks on Paris with a somber silence on Sunday that was broken only by voices reciting the names of the 130 slain, and the son of the first person to die stressing the importance of integration. (ANSA/AP Photo/Thibault Camus) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]


 

 

 

 

 
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Traversato un anno
nel lucore addormentato del giardino profondo
l’anima–crisalide
nel movimento che
una coerenza composta ostinata produce

 

La memoria una fonte
permanente,
saldata l’onda
ai nostri spiriti
filtra tutto di questo giorno — cosa ci porta ?
Rauco l’amore scintilla
sotto i nostri passi

 

Essere là come un’unghiata di colore
inflitta al disegno nero
che fu all’opera
— andare per altri corpi
dritto
verso la chiarità
come la notte va incontro all’alba,
tenuti all’infinito per il canto semplice
di uno slancio solidale
indivisibile

 

Testo originale di Pierre Soupir
Traduzione dal francese di rosaturca

Cliccare QUI per il testo originale sul sito dell’autore

 

 

 

 

 

 

” Ton rire ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Tu fus une petite fille sage, sérieuse, grave, on ne savait pas pourquoi, quel poids suscitait ta réserve, on sait désormais. Je riais plus que toi, je parlais plus que toi, tu as parlé tard, pour parler tu t’en remettais à moi, le bavard, l’énervant, mais je ne t’énervais pas. J’aimais ton rire, l’entendre fêler ton quant à soi, mais toujours dans ton rire un je ne sais quoi de retenu, un rire raisonnable, qu’on rapprochait à tort des sourires rares de l’aieule: la mère du père, parangon de vertu janséniste, était chiche en joie, pas toi. J’ai toujours su te faire rire, je peux me vanter de ça, jusqu’au bout t’avoir fait rire, cette légèreté-là, ce que je pouvais donner que tu n’avais pas, quitte à chanter du Céline Dion, chanter “Parler à mon père”, quelle ironie pour nous cette chanson, danser tous contre toute raison, toi, Philippe, les enfants, rire en dansant, vivre encore.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

Fosti una ragazzina saggia, seria, grave, non si capiva perché, quale peso ti provocava tanta riservatezza. Adesso sappiamo.

Io ridevo più di te, parlavo più di te, tu hai incominciato a parlare tardi, per parlare ti affidavi a me che ero il chiacchierone, lo snervante, ma non ero così per te.

Amavo il tuo riso, sentire il tuo riserbo incrinarsi, ma di un riso sempre con un non so che di trattenuto, un riso ragionevole, che a torto si voleva far somigliare ai rari sorrisi della nonna : la madre di papà, modello di virtù giansenista, lei sì era avara di gioia, tu no.

Ho sempre saputo farti ridere, posso vantarmene, fino alla fine ti ho fatta ridere, la leggerezza che non avevi era quello che io potevo darti, mi lasci cantare di Céline Dion “ Parler à mon père “, quale ironia per noi questa canzone, tutti a danzare contro ogni ragione, tu, Philippe, i bambini, ridere danzando, vivere ancora.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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Autunno — di Marco Mazzanti

( cliccare sull’immagine per ingrandire )

 

 

 

 

 

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Viene l’autunno
con le sue grevi piogge
piene si fan le rive
e le profonde rogge
ora s’allevian dell’assolata arsura
i campi, stinge e rosseggia la natura
caduche foglie s’inventan capriole
lasciando il ramo che più non le vuole
entro i cortili, ai bordi della strada
posan frammiste all’erba ognor più rada
fugge la vita, a poco ormai s’afferra
prepara il suo ritorno nella terra.
E dove anch’io potrei trovare adesso
un quieto riposare
se non entro me stesso ?

Marco Mazzanti

 

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Non si rientra veramente in città fino a quando non si ritorna a comprare da mangiare nei mercati contadini che si fanno in giornate diverse in vari luoghi dello spazio urbano. E’ qui che si riflette l’intorno naturale delle valli e della collina dei coltivi e dei boschi.

E’ nei mercati che so dove sono io. Ed è qui — per radicamento, che frutti della terra sono ancora gli uomini e le donne, i gesti, gli sguardi, le parlate della lingua. E’ qui che si dà il gusto e il senso fisico del tempo che passa e ci muta e ci consuma con i sapori e i colori nel mutare delle stagioni.

Sabato mattina al cortile del cinema Lumière, il mio ritorno dopo il lungo vai e vieni delle ferie estive. Marco che vende le sue mele e il pane che fa Renza sua moglie mi accoglie come se fossi uscita dal libro di favole…….
Prima di andare via mi offre la sua poesia.

rosaturca 

 

 

 

 

 

 

Si chiude

 

 

 

L’oscura nuova verità dischiusa nella carne, quella di queste membra prese come sostanza e significato del suo dire, l’oscura metamorfosi che ha fatto corpo nel mio fisico mortale…

Quante volte ho domandato – inutilmente – di capire perché tutta la vita in questa confidenza d’inguini a chiusura, a rischio di caduta e di terrore a scatto dai limi più lungamente esiliati della mia coscienza…e poi, diventa limpida visione qui presente — non si cammina, più.

E la paura è solo questa traccia di luce spenta nello sguardo. E la speranza è smorto sorriso in cui non smettere di attingere dolcezza. E non è ostile questo fisico — no, lontano dal mio seno il germinare di una maledizione o di pianto.

China fino alla spoglia che giace sul declinare del mio passo, al suo fianco distesa, alla terra offerta all’ascolto. Piano come impercettibile battito d’ali di farfalla in volo nel sogno, queste membra ed io, intrecciamo una voce di muscoli e nervi e tenerezza e aliti di fiato. E intanto fuori cadeva la sera.

Infine. Siamo uscite sorprese nelle piogge della sera, sulla pietra umida nel buio abbiamo riposato la fatica e il sollievo per lo sforzo. Abbiamo guardato, e abbiamo visto insieme tutta la bellezza del mondo.

 

 

 

 

 

 

In una nuova verità

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Pensavo nei giorni appena trascorsi di essere all’opera nel rimontare come uno shock, uno spavento grave, comunque uno stato di alienazione dalla mia naturale vocazione che è poi battito costante del tempo della mia vita….

Ignoro da dove affiorasse tanto smarrimento. Non so se posso additare la vite bianca che radica fra i ruderi e nell’ombra delle siepi e dei boschi, non so se posso additare lei come responsabile. All’apparenza, niente di tangibile, di accaduto, dichiarato. Soltanto l’impossibilità di muovermi, anche solo di reggermi in piedi, ma pure di stendermi, di riposare. Quello che si dice ” uno stato di tormenti “. Oggi pare svanito. Ma non vuol dire che svanito sia il dolore.

Oggi m’innesto in queste membra con una nuova verità. Come se la misteriosa e necessaria metamorfosi abbia fatto corpo alla sua sostanza.

 

 

 

 

 

 

” Recueillir ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Ils sont allés, tes beaux-parents, le jour de ton anniversaire, fleurir ta tombe, se recueillir comme on dit, ta tombe je ne vais jamais la voir, en cela semblable à Philippe, ta tombe nous est insupportable, elle est le lieu du monde où tu n’es pas. Tu es à Conleau, tu es dans chaque pièce de la maison de Vannes, tu es à Honfleur où tu naquis, tu seras rue des coquillages quand le courage me revenant je retournerai au Croisic. Tu prends part aux visages de tes enfants, j’y retrouve tes expressions, je ne leur dis pas, ne pas peser sur leur bel effort d’être eux-mêmes, d’être heureux après toi. Je ne me recueille pas, je recueille, je te retrouve par instants, telle saveur, telle lumière, celle du musée du Havre où nous avions vu les rivages de Staël lors de ton dernier été. Et, les jours gris comme ce dimanche, c’est vers l’enfance que je me penche, ton enfance toujours vivante en moi.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

I tuoi suoceri ci sono andati, il giorno del tuo compleanno, a infiorare la tomba, la tua, ci sono andati – come si dice – per raccogliersi. Alla tua tomba io non vado mai, non vado mai a visitarla, in questo assomiglio a Philippe, la tua tomba per noi è insopportabile, il luogo del mondo in cui tu non ci sei.

Tu sei a Conleau, sei in tutti gli spazi della casa di Vannes, tu sei a Honfleur dove nascesti, tu sarai scia di conchiglie quando ritrovato il coraggio ritornerò a Croisic. Tu sei nei volti dei tuoi ragazzi, sui quali ritrovo le tue espressioni, non glielo dico, non adombro il loro sforzo di essere se stessi, di essere felici dopo di te.

Non mi raccolgo. Io raccolgo e ti ritrovo in istanti, come un sapore, una luce, quella del museo di Havre dove abbiamo visto le rive di Staël la tua ultima estate. E nei giorni grigi come questa domenica è verso l’infanzia che io mi chino, quella tua infanzia sempre vivida in me.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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Vento leggero

 

 

 

Vento leggero alla finestra, sposta le tende nella penombra della stanza estiva. Penso a un modo di muoversi tra le cose, come se fosse ascoltarne calma la voce.

Borgo di San Petronio, bologna. 5 agosto 2007

 

 

 

 

 

 

Dominio di sé

 

 

 

Avere il dominio di sé — sarebbe come possedere la coscienza di dove appoggiano questi piedi, le nostre mani. Oppure filare all’incontrario diretti al punto cogente della propria ragione. Si può mai ?

Nell’ombra d’aria calda di queste prime giornate estive, alla finestra della stanza l’inclinatura di luce nel declinare di un raggio riflette con la dolcezza selvaggia di madreperla, uno stupore candido e muto e ricadente di senso enigmatico e vero.

Affidarsi alla grazia della sorgente del proprio raggio sul mondo – quello che siamo noi – credere nella stella e al suo mistero, che a volte illumina riflessa di notte una voce di ultima rosa estiva.

 

 

 

 

 

 

Concerto straordinario

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Di ritorno sui miei passi, un giorno più tardi. Di ritorno dalla musica, quella  suonata dal vivo, di ritorno dal canto vibrato in carne e sangue. Di ritorno da quella grotta che è il cuore umano, al quale si accede per la gola.

Come un lume splende di notte più solitario, così l’ascolto stupisce. E per miracolo quasi avviene uno svuotarsi d’affetti. Ed è qualcosa che leva insieme all’inattesa eco che in queste fibre tese promana.

 

 
Bologna
Santuario della Basilica di Sant’Antonio di Padova
mercoledi 22 giugno 2016 ore 21
 

 

 

 

 

 

L’orzo – di Marco Mazzanti

 

 

 

Curva l’ispide vette verso la madre terra l’orzo
e nel fluente mar delle setose ariste
getta qua e là le spighe come pesci in branco.
Mutano i culmi ormai, gli asciutti lembi
vinti son già dalla calura
e al carezzar del vento esala
dense fragranze amare
la messe che matura.

Marco Mazzanti

 

 

 

Condivido qui un testo di Marco Mazzanti…che mi porto via dal mercato nella sporta della spesa insieme al pane fatto in casa da Renza sua moglie che ogni sabato non manco di comprare quando sono in città. Renza e Marco infatti lavorano la terra e allevano animali nella loro azienda agricola biodinamica in provincia di Ferrara. 

Il biglietto di Marco è rimasto sul mio tavolo per qualche settimana, nell’attesa che mi venisse un’idea per presentarlo, introdurlo all’attenzione di chi lo leggerà. Adesso forse quei campi saranno stati mietuti delle ” fragranze amare della messe che matura “.
In realtà, il ritmo che tocca come la brezza estiva ogni parola del testo è esso stesso il messaggero dell’intimità d’ascolto che dal campo d’orzo s’ispira fino a questi versi che sommessamente chiedono la stessa intimità per dischiudere al cuore il loro canto.

rosaturca 

 

 

 

 

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Familiari

 

 

 

Patriarcali.
Disprezzo e rifiuto di ogni forma di individualità e creatività. Negazione perciò della vita stessa.
Idolatria del conformismo.
Il genos ( che è retaggio di donne !) vi è imprigionato. L’amore ( cristiano ) non abita qua.

 

 

 

 

 

 

Condominiali

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Una giornata di ordinaria follia quella mia di ieri, sotto l’urto della cattiva coscienza del prossimo. . .una notte e un giorno per cercare di nominarla

 

Cose da scrivere definitivamente nel libro della memoria :

  • normalmente uomini e donne vivono in uno stato di cattiva coscienza e si relazionano in vista di un obiettivo principale che è quello di fottere
  • le une e gli altri piegano in questa prospettiva il linguaggio come un utensile servile, in nessun rapporto con la verità delle cose
  • non vedono, non sentono, sembra quasi che non vivano in carne ed ossa
  • non cedere loro spazio — mai. Nemmeno quando incominciano a spandere la melassa di gentilezze miracolose. . .pena l’essere trascinata nel delirio della ragione e finire con l’essere manipolata

 

Infine, non mancare di farmi cogliere di sorpresa dall’ultimo oro del tramonto che discende l’orizzonte lontano da qui, e nel cielo sul cortile giunge specchiandosi in volo sotto l’ale dei rondoni che in tutte le direzioni battono l’aria delle loro grida.

 

 

 

 

 

 

Una chiarezza inattesa

( cliccare sull’immagine per ingrandire )

 

 

Quello che più di tutto mi getta nella vertigine nutrendomi di nuova spinta vitale………questa sopraggiunta chiarezza
inattesa
incontrovertibile
di trovarmi nel mio cammino
di non aver sbriciolato giorni da niente

di non aver mancato
di non aver perduto

di avere questo corpo mortale di forze immense.

 

 

 

 

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1° maggio 1947

 

 

 

 

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La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all’aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C’era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell’odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.
Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia repubblicana.
 

 

La strage di Portella della Ginestra

 

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Apocalisse nucleare – 26 APRILE 1986

 

 

 

 

E poi qualcosa inatteso ti cambia. Niente si riconosce e tu sei dis-orientata. Potrei dirlo anche in un modo diverso — le priorità delle cose di sempre non si ritrovano più. Ma non si tratta soltanto di questo, la conseguenza più evidente.

Qualcosa è stato spostato alla radice, come un girare le spalle, un voltarsi dall’altra parte con il proprio sguardo e tutte le proprie forze.

 

 

 

 

 

 

CHERNOBYL – Video censurato

 

 

 

 

 

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Prima di Fukushima, nel 1999… CLICCARE QUI PER L’ARTICOLO

 

 

 

 

 

 

 

P. P. Pasolini – inedito sulla resistenza

 

 

 

 

 

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Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

Qualcosa pare oggi, nella primavera del ’55, realmente finito: il dopoguerra. È finito non solo nel disordine e nella corruzione, ma anche nelle coscienze di viverci. Il senso di liberazione e di ripresa, dal ’45 agli anni immediatamente successivi, sembra ormai il dato di una psicologia lontana: e si ripresenta viziato, all’interno di ognuno di noi, dello stesso male che avrebbe portato il mondo esterno – la classe dirigente italiana, nella fattispecie – all’involuzione di oggi. Si sente il desiderio di dimenticarlo e superarlo, come un legame stantìo, impuro e un po’ ridicolo.

Esattamente il contrario avviene per gli anni della Resistenza: che si sono fissati in una luce che si fa sempre più limpida. Nessun desiderio di superarli – come per gli anni del dopoguerra: e nemmeno, certo, di ritornarci, se essi richiedono di contare come un’esperienza unica e altissima: sicuramente la più alta della nostra vita. Di farsi paradigma: cristallino nella necessità e nella violenza con cui le circostanze lo hanno determinato – che dimostri, come dato, determinato appunto dalle circostanze storiche e fuori dalla nostra coscienza logica e dai nostri programmi, una possibilità: la possibilità di un’intesa tra uomini della più diversa formazione e delle più diverse tendenze.

Allora, ciò che univa era la necessità del combattere – dell’agire -, oggi, che quel paradigma va sciolto nei suoi termini logici e riportato all’analisi, della necessità di capire. (Si badi che noi parliamo da intellettuali, non da politici: anche se la distinzione vale solo alla superficie). E la comprensione del mondo, l’atto del capire, può realizzarsi anche in una posizione che non sia resa estrema da una scelta: può realizzarsi anche in una posizione intermedia (ma non di terza forza o di aprioristica coalizione!), in cui chi vi si trova abbia una coscienza chiara (e soffra magari un dramma sincero) della propria impossibilità di scegliere: assumendo questa impossibilità a dato storico. E si badi che noi, di tendenza marxista, non usiamo in questo momento un linguaggio che sia marxisticamente eretico, non usciamo dall’impostazione classista del discorso.

Dei borghesi – come sono gli intellettuali invitati a questa testimonianza nel «Dibattito» – commetterebbero, ne siamo certi, un peccato di irrazionalità se, per salvarsi, si gettassero definitivamente in un’azione che, data la scelta compiuta, li giustificherebbe davanti a se stessi e li annullasse in una specie di anonimato e di conformismo. Meglio che di una conversione, si tratterebbe, in tal caso, di una inversione del proprio essere storico. Ed è per questo che non si dovrebbe tornare alla Resistenza nemmeno nel migliore degli atteggiamenti, per così dire, parriani: non sempre la purezza di un ideale e di una nostalgia garantiscono la sua necessità.

Viviamo in uno strano periodo, in cui l’urgenza dell’agire non esclude, anzi, richiede assolutamente l’urgenza del capire: mai un fare è stato in così immediata dipendenza da un conoscere. E se una conciliazione dei vari modi di conoscenza (o almeno dei due fondamentali) è possibile, questa, ripetiamo, non può essere che drammatica: religiosa, senza autolesionismi o irrazionalismi mistici.

Come allora a unirci erano le difficoltà e i pericoli esterni, oggi dovrebbero essere le difficoltà e i pericoli interni: se le istituzioni e gli ideali democratici non sono minacciati da una scatenata violenza di eserciti, ma da una scissione che disgregando la società in una pratica e ideologica lotta di classe, disgrega in realtà la vita stessa, nella pienezza che questa raggiunge attuandosi nei singoli individui. E l’equilibrio (quello, supremo, della Resistenza) non va certo raggiunto cancellando uno dei termini del dilemma: ma vivendo il dilemma nel modo più rischioso, intellettualmente e sentimentalmente.

Pier Paolo Pasolini, 1955
 

 

 

 

 

Resistenza e desistenza – Piero Calamandrei

 

 

 

…tutto quel giorno ruppe nella vita
con la piena del sangue, nell’azzurro
il rosso palpitò come una gola.
E fummo vivi, insorti con il taglio
ridente della bocca, pieni gli occhi
piena la mano nel suo pugno: il cuore
d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.
Alfonso Gatto, 25 Aprile

 

 

 

 
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Piero Calamandrei

 

 

 

 

 

Il decennio della “desistenza”

Ma il governo della Resistenza fu abbattuto dopo pochi mesi, nel novembre del 1945, come tutti ricordiamo, da intrighi di vecchi politicanti. E cominciò allora quel decennio di progressivo e corrosivo discredito dei valori della resistenza, il decennio della “desistenza”, che cominciò con la la beffa della epurazione e con le famigerate applicazioni dell’amnistia in materia di sevizie non mai abbastanza efferate, e che poi, proclamata malgrado tutto la Repubblica e votata la Costituzione, è diventato, in questi ultimi anni, con progressivo slittamento, disfattismo costituzionale, disprezzo di tutto quello che di nuovo e di innovatore aveva la nostra Costituzione, irrisione quotidiana di tutti i diritti fondamentali, dalla libertà di religione al diritto al lavoro, che la Costituzione aveva voluto garantire ai cittadini della nuova Italia democratica. La Resistenza, rinnegata prima nei suoi valori morali e politici, fu rinnegata poi nei suoi valori giuridici, consacrati nella Costituzione. […]

Il dramma della Resistenza e del nostro Paese è stato questo : che la Resistenza, dopo aver trionfato in guerra, come epopea partigiana, è stata soffocata bandita dalle vecchie forze conservatrici appena essa si è affacciata alla vita politica del tempo di pace, ov’essa era chiamata a dar vita a un nuova classe politica che riempisse il vuoto lasciato dalla catastrofe.

I morti della Resistenza vollero essere, credettero di essere, le avanguardie di una nuova classe dirigente, pulita e onesta, fatta di popolo, destinata a prendere il posto di tutti i profittatori e di tutti i corruttori. Quei morti furono la testimonianza e la promessa di un autogoverno popolare in formazione : ma finita la guerra, i vecchi vivi risalirono sulle poltrone e la voce dei giovani fu ricoperta da quelle vecchie querele.

 

Piero Calamandrei Passato e avvenire della resistenza, estratto da Resistenza e guerra. 
 

 

 

 

 

I giorni di pioggia

( cliccare sulle immagini per ingrandire )

 

 

. . .  e il tessuto sonoro degli uccelli
nei vespri a primavera.

bologna. 8 aprile 2016

 

 

 

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Arborescenti mazzi d’occhi fioriti – ARTAUD

 

 

 

 

( extrait )

Allons, je serai compris dans dix ans par les gens qui feront aujourd’hui ce que vous faites. Alors on connaîtra mes geysers, on verra mes glaces, on aura appris à dénaturer mes poisons, on décèlera mes jeux d’âmes.


Alors tous mes cheveux seront coulés dans la chaux, toutes mes veines mentales, alors on percevra mon bestiaire, et ma mystique sera devenue un chapeau. Alors on verra fumer les jointures des pierres, et d’arborescents bouquets d’yeux mentaux se cristalliseront en glossaires, alors on vera choir des aérolithes de pierre, alors on verra des cordes, alors on comprendra la géométrie sans espaces, et on apprendra ce que c’est que la configuration de l’esprit, et on comprendra comment j’ai perdu l’esprit.


Alors on comprendra pourquoi mon esprit n’est pas là, alors on verra toutes les langues tarir, tous les esprits se dessécher, toutes les langues se racornir, les figures humaines s’aplatiront, se dégonfleront, comme aspirées par des ventouses desséchantes, et cette lubrifiante membrane continuera à flotter dans l’air, cette membrane à deux épaisseurs, à multiples degrés, à un infini de lézardes, cette mélancolique et vitreuse membrane, mais si sensible, si pertinente elle aussi, si capable de se multiplier, de se dédoubler, de se
retourner avec son miroitement de lézardes, de sens, de stupéfiants, d’irrigations pénétrantes et vireuses, 

alors tout ceci sera trouvé bien,
et je n’aurai plus besoin de parler.

 

Antonin Artaud, Le Pèse-Nerfs

 

 

 

 

 

 

Catarsi

 

 

 

Che mi avrebbero saldato il cammino a questo nido di Legioni celesti, per il tramite del danno irreparabile alla nascita nel sale e nella polpa . . . 

 

 

 

 

 

 

L’ÂGE CASSANT – René Char

 

 

« Je me révolte, donc je me ramifie. »

 

 XXXIX

Si vous n’acceptez pas ce qu’on vous offre, vous serez un jour des mendiants. Mendiants pour des refus plus grand.

XL

On ne découvre la vraie clarté qu’au bas de l’escalier, au souffle de la porte.

 

René Char, L’Âge Cassant

 

 

XXXIX

Non accettando quello che vi si offre, sarete un giorno dei mendicanti. Mendicanti di rifiuti più grandi.

XL

Non si scopre il vero chiarore se non in fondo alla scala, allo spiraglio di luce della porta.
 

Traduzione dal francese rosaturca
 

 

 

 

 

 

Senso comune ?

 

 

 

 

” Il tempo di leggere come il tempo d’amare dilatano il tempo di vivere ”

Provo una sorda irritazione al sentore di luoghi comuni come questo. Fiuto sotto mentite spoglie la germinazione di un pregiudizio – borghese ? – che giudicando su tutto si annette in proprio il valore superiore della migliore qualità possibile del proprio tempo e della propria vita.

 

” L’amore – sempre erotico – racchiude in sé il senso ultimo del mondo, la sua cifra occulta, celata nel corpo della persona amata “

Convinzioni come queste ammettono la tentazione irresistibile per l’uomo, per la donna di vivere soggiogati dal dominio dei sensi, così pure dai sentimenti. E sia. Ma non confondiamo la cifra con la figura — meglio servirebbe allo scopo una passione sospesa.
 

 

 

 

 

 

Una virtù naturale

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Dalla stazione dei treni cammino verso casa, porto la bici a mano e risalgo la trionfale via Indipendenza come attraversare l’ampio letto di un fiume in secca, oppure come se ancora mi aggirassi fra le cortine degli alberi intorno ai quali serpeggiano i sentieri. In continuità fra ciò che resta delle colline intorno alla città e la sua architettura antica, come scavate nei fianchi della roccia queste infilate di archi e di volte sotto i portici e tutta questa teoria di pilastri e colonne. Deviare dal decumano massimo verso il corpo nudo di bronzo del dio Nettuno gigantesco sulla fontana, e la piazza Maggiore con la fabbrica del santo Petronio dalla facciata incompiuta nei secoli, per metà di mattoni bruni, di terra calcinata e rimasta alle piogge, ai venti, all’oscurità della notte incipiente che cade sul corpo nudo della basilica proprio come sulle spalle delle colline.

Non è solo la pietra che resta, ma lo stupore di una virtù naturale.

Di ritorno dai boschi nelle membra mi porto sempre una spossatezza radicale, quasi che la terra sotto il fogliame a ogni passo, e l’argilla per i greti delle correnti mi avessero impregnata di sale.

 

 

 

 

 

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La poesia è dei poeti . . .

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Pierre Reverdy – Le gant de crin

” Je ne pens pas, je note “

 

 

◼︎◼︎
. . .
Les oiseaux chantent pour eux seuls. Mais il arrive que certains oiseaux semblent rechercher, pour chanter le plus fort, le voisinage de l’homme.

◼︎◼︎ La poésie est exclusivement aux poètes qui qui écrivent pour eux seuls et quelques hommes doués d’un sens que les autres hommes n’ont pas.

 

 

 

 

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◼︎◼︎
. . .
Gli uccelli cantano unicamente per sé. Ma succede che taluni uccelli sembrino ricercare, per cantare più forte, la vicinanza dell’uomo.

◼︎◼︎ La poesia appartiene esclusivamente ai poeti che scrivono unicamente per sé e per alcuni uomini dotati di un senso che gli altri uomini non hanno.

Traduzione dal francese di François Livi, Milano 1993

 

 

 

 

 

 

E diciamo la verità

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E poi diciamo la verità, la sola cosa che conta è questa vena di parola nell’orecchio — di giorno, di notte, non finisce di venire. E’ questo essere-verso, origine e radice in ogni istante, per ogni giorno della vita. Averlo scelto, per tutti i giorni futuri della mia vita…

Altre cose diverse sono la fortuna dei casi del mondo, le circostanze.  
 

 

 

 

 

 

Tango dell’anima

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Se l’occhio non fosse solare
Come potremmo vedere la luce ?
Non vivesse in noi la forza del dio,
Come potrebbe il divino incantarci ? ” *

* la citazione è estratta da QUI

 

 

 

 

Stiamo entrando in quella parte dell’anno in cui il sole sul cortile a mezzogiorno con i suoi raggi si tuffa nella stanza, e sono fendenti di gioia inattesa che inarcano questa penombra pulviscolare in cui si vive immersi negli interni della città antica, in quelle celle claustrali di secoli ora ristrutturati monolocali in centro-città . . .

 

 

 

 

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Dice bene Walter Friedrich Otto che radicata nel Mito la creatura umana può raggiungere una regione luminosa e lieta in cui piacere e dolore si neutralizzano nella libertà e nella chiarezza, e le cose stesse si accolgono e rilucono all’interno della creatura come una Cosa sola.

Come la danza, che fa la creatura un tutt’uno con la musica e in questo unico è una vertigine in cui si vive come si cessasse di vivere – una forma di estasi ?
Ieri notte danzare nel piccolo caffè del centro è stato al tempo stesso uno spossessamento e un planare in volo nelle correnti di un’aria mai respirata prima. Ma anche più di questo, il sigillo impresso di una qualità oblativa che scioglie la gravità dell’esperienza in spirito e canto . . .  Avrò la forza di ritornare adesso al lavoro nel pozzo spaventoso de La lingua dei padri. 

 

 

 

 


Christopher Simpson (1602/1606 – 1669)

 

 

 

 

 

 

Nell’attesa

( cliccare sulle immagini per ingrandire )
 

 
Come se non bastasse, mi crolla addosso stamattina anche tutto il peso di tutti gli angoli da sgomberare prima che mia madre venga a stare da me per il tempo delle sue visite mediche  . . . Qualunque tipo di preparativi mi rende nervosa. 

E poi senza averlo deciso, mi ritrovo in cima alla scala verso il ripiano più alto della libreria, a levare i miei vecchi album da disegno e l’occorrente per dipingere. Stavo pensando qualche giorno fa che con la bella stagione mi piacerebbe riprendere il lavoro con i colori all’aperto.

 

 

 

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I.

 

 

 

 

 

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II.

 

 

 

 

 

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III.

 

 

 

 

 

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IV.

 

 

 

 

 

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V.

 

 

 

 

 

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VI.

 
I – VI
Prove di disegno dal vero
bologna, sacrario dei caduti polacchi Estate 2007

 

 

 

 

 

 

 

Pentimenti

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Avrei dovuto portare a compimento la scrittura nella notte passata, e invece . . . Il tempo vale per i suoi momenti – per questo passa, deve passare perché è fatto di momenti che cedono il passo e l’occasione gli uni agli altri.  Nient’altro conta, né seguire l’idea, la volontà, una tabella d’impegni, un’agenda, un programma. Niente che possa essere guardato a distanza, deciso, organizzato, catturato nella rete del pensiero. Niente di niente. Soltanto fidarsi del momento a nervi tesi. E’ un altro modo di dire la natura selvaggia del vivere.

E anche dire qualcos’altro, Per esempio che io non ho una vita mia, non posso mancare per un solo istante questa vena corrente di poesia, questa febbre di spirito, questa ricerca di verità, non posso smettere di dialogare sommessamente fra tutte le cose, e raccogliere segni e incarnarli in queste membra in cammino, e parlare da qui. Credere di poter scegliere in proprio il tempo del riposo è credere una bestialità.

Durissima oggi la difficoltà da sormontare.

 

 

 

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” Pensare tutto intero ” J. A. D. Ingres

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Per un buon pittore, quando conosca bene il suo mestiere ed abbia ben appreso ad imitare la natura, la cosa più ardua sta nel «pensare» tutto intero il suo quadro, averlo per così dire tutto in mente, per poterlo dipingere in seguito con calore e come d’un solo getto. Allora, credo, tutto appare come «sentito» insieme. Ecco le caratteristiche del grande maestro, quello che si deve raggiungere, a forza di pensare giorno e notte la propria arte, se si è nati per questo.

L’enorme quantità di opere antiche compiute da un sol uomo prova che a un certo momento l’artista di genio si sente come trascinato dai suoi stessi mezzi e tutti i giorni fa cose ch’egli prima non credeva saper fare.

Mi sembra d’essere quest’uomo. Faccio progressi ogni giorno : mai il lavoro mi fu così facile e ciò nonostante le mie opere non sono fatte con negligenza, al contrario. Io «finisco» più di prima, ma molto più in fretta . . .

 
J. A. D. Ingres, Note e Pensieri

A cura di Luciano Anceschi
Alessandro Minuziano Editore – Milano, 1946

 

 

* * *

Pensare tutto intero è come attingere a una dimensione cosmica per ogni minuta visione frammentaria o parziale. E’ un moto di spirito, un esercizio – del pensiero – di terrestre trascendenza.

Pensare tutto intero per sentire tutto insieme : e il calore, e l’unico getto con il quale l’opera sembra fatta come da se stessa e in se stessa bastante nella sua integrità, hanno a che fare con la natura di tutte le cose organiche vive.

La forza, che si tempra nel pensare giorno e notte tutto questo. . .fino a riuscire a collimare con la stessa potenza dei propri mezzi.

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La più bella fioritura

 

 

 

Il rimanere fedeli implica un’uscita. Proprio se si rimane in Dio si esce da se stessi. Proprio perché si rimane, proprio se si è fedeli si cambia. Non si rimane fedeli, come i tradizionalisti o i fondamentalisti, alla lettera. La fedeltà è sempre un cambiamento, una fioritura.

Papa Francesco

 

 

 

 

 

 

. . . è anche un bambino il cuore

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Il cuore sempre lui sullo sfondo. Le ragioni del cuore, sempre le stesse. E’ anche un bambino il cuore, e non sa quanti trucchi al mondo per evitare di rispondere non farsi trovare, ignorare il suo riso che non chiedeva di più . . .

 

 

 

 

 

 

Déstabiliser – Nicole Peter

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Le nuvole passano sopra di me, la testa mi gira e un senso di vertigine . . .

Basterebbe de-stabilizzare
dis-orientare
dis-equilibrare
chi guarda in un elogio del fragile dell’instabile del precario di tutto quanto si muove e non ritorna a posto, in un omaggio al vento e all’effimero, alla sabbia che non ha forma, alla piuma che volteggia intorno alla mia testa, all’acqua che scorre e non riviene mai allo stesso luogo, alla schiuma che non si può stringere nelle mani.

Basterebbe lasciarsi cullare da ciò che fluttua, si muove, avere per trattenersi nient’altro che friabili ramature, della sabbia sotto i piedi, della schiuma.

Basterebbe perdersi in apparenze mutevoli come in un labirinto e suscitare questo istante di smarrimento, quando il corpo vacilla leggermente e trema.

Basterebbe vivere tutti questi momenti di oscillazione leggera quando voltandomi, con un sentimento di quasi panico mi accorgo che la spiaggia dietro di me è lontana, che da molto tempo non tocco il fondo, ricordarmi di questi stessi istanti di sgomento quando in montagna, perduto il mio sentiero, capisco che sto girando intorno.

Quando i miei sensi mi ingannano divento vulnerabile, non ho più i piedi in terra e vacillo mentre i miei riferimenti scompaiono. Tutti questi interstizi entro i quali navigo regolarmente, sono altrettanti momenti che posso mettere a frutto per ancorarmi alle mie certezze e respingere tutto quanto in me è fissità e resistenza e durezza.

Scrivere in questi spiragli, nei margini della fragilità e della vertigine. Trovare le mie parole in questo sbilanciamento e in tutti questi passi falsi.

Diventerò allora come questa nuvola che si sfilaccia nel cielo e riprende forma un po’ più lontano o come questa piuma che danza deponendo secondo il gradimento del vento qualche traccia sopra una pagina bianca ?

 

 

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Nicole Peter
Traduzione dal francese di rosaturca

cliccare QUI per l’articolo in lingua originale

 

 
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Passages – cliccare QUI per il sito dell’autrice

 

 

 

 

 

 

Un chiarore per se stesso

 

 

 

In qualche istante la nebbia ha avuto ragione su di noi, sulle nostre vite luccicanti e prive di splendore. Un corpo di chiarore per se stesso, ha occupato tutta l’aria e le distanze un dipanare di sogno, e la pietra manufatta e il suo detto solitario nuovamente si confidano nell’occhio restituito d’improvviso alle selve.

 

 

               Une clarté en soi

En un rien de temps, le brouillard nous a englouti, nous et nos vies scintillantes et privées de splendeur. Bloc de clarté en soi, il a occupé tout l’air et les lointains démêlant le rêve. Alors, la pierre taillée et son dit solitaire se confient à nouveau dans la vue des forêts soudain retrouvée.

              Traduzione dall’italiano di Philippe Aigrain

 

              Cliccare QUI per la pagina dedicata sul sito di Philippe Aigrain

              Cliccare QUI per leggere la NOTA ALLA TRADUZIONE

 

 

 

 

 

” Promesse de neige ” – testo di Hervé Chesnais

 

 

 

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Les enfants attendaient la neige. Les enfants sont sans patience. Ils criaient pour crever les nuages, dessinaient sur leurs cahiers des canons pointés vers le ciel bas, faisaient cercle dans la cour, païens sous les arbres dépouillés, défiant de toutes leurs forces l’équilibre des nues. Qu’ils tombent, les flocons sur les paumes rouges de nos mains dégantées, qu’ils couvrent la route de l’école, qu’on ne la retrouve jamais, qu’y disparaisse l’auge gelée des boeufs et la voiture du père, qu’ils figent dans le silence l’élan terrible de la vie, qu’ils soient la vie même avant de recouvrir la vie. Ils sont énervés disaient les maîtresses qui les voyaient tendus vers les fenêtres, jusqu’à ce que la cloche de quatre heures et demi les libère dans la nuit tombante, la boue, la pluie, puis les premiers flocons qu’ils faisaient fondre sur la langue avec de petits gloussements transis.

 

Hervé Chesnais – le ravaudeur

 

 

I bambini aspettavano la neve. I bambini non hanno pazienza. Gridavano per crepare le nuvole, disegnando sui loro quaderni dei cannoni puntati verso il cielo basso, facevano cerchio nel cortile, come pagani sotto gli alberi spogli con tutte le loro forze sfidando l’equilibrio delle nuvole.

Che cadono i fiocchi sulle palme rosse delle nostre mani senza guanti, e ricoprano la strada per la scuola — che non la si ritrovi più, che sparisca la mangiatoia gelata dei buoi e l’auto di papà, che raggelino nel silenzio lo slancio terribile della vita, che siano la vita stessa prima di ricoprire la vita.

Sono nervosi dicevano le maestre che li vedevano allungarsi verso le finestre. Finché la campanella delle quattro e mezza li libera nella notte che cade, il fango, la pioggia, e i primi fiocchi che fanno sciogliere sulla lingua con piccoli schiocchi intirizziti.

traduzione dal francese di rosaturca

 

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Un lucore di lampada

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Tutta una parte del mattino a riconquistarsi al silenzio e all’immobilità — là dove tutto è nuovamente principio. Dipanarsi dal nido del letto come il sogno di una nuvola nel cielo. Rimettersi in piedi tardi e sormontare la disfatta che il tempo infligge nelle membra fino all’osso.

 

 

 

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Nell’attesa che l’acqua bollente filtri attraverso la polvere del caffé rigovernare quello che resta di una parte di notte fra la cucina e la stanza. Mangiare frutti di stagione, aprire i gusci di noci. Dare la carica alla sveglia soltanto per il suo ticchettìo sonoro delle ore. Ritornare sui miei passi e poi

corteggiare il bianco
sgombero del
tavolo,
un lucore di
lampada
a –
cesa

anche se fuori l’azzurro del cielo risplende nella luce del sole.

 

 

 

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Inter – mezzo

 

 

 

Fra le dita d’azzurro cola l’oro del giorno, dalle palme ancora aperte delle mani del dio. Quasi sera. E il rigore di una luce di cristallo spira il primo gelo d’inverno sul cortile.

 

 

 
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maver quartet – spaesaggi

 

 

Carrugi E Malasorte

 

Canto Alla Luveria

 

Spaesaggi

 

Mammaranta

 

Chanson Des Chameaux

 

Insultango

 

Peschici

 

Figli Del Vento

 

 

 

 

 

 

Blocco note di viaggio

 

 

 

L’illusione di una identità personale — cancellata. Vanità : una distrazione perduta.

Di ritorno dal mio viaggio nelle terre del Mito, ho lasciato per sempre il sogno di una voce.

Ho smesso di pensare : la mia vita. Più nessuna consequenzialità temporale.

La scrittura numerica precipita lo spossessamento, e dispone a questo anonimato incandescente che consuma le tentazioni della personalità.

 

 

 

 

 

 

Da buio a buio

 

 

 

Le sette della sera. Fuori la pioggia fa una pausa, da stamattina. A casa, per tutto il giorno in una dimensione notturna — da buio a buio.

In equilibrio fra obbligo e desiderio…una conquista insperata. Oggi, naturalmente mi concedo di scrivere. In questo agio di disporre di tempo. Tutto il piacere deriva da qui. E il desiderio si accresce nell’incondizionata disponibilità liberata. Nell’indifferenziato, questa possibilità di scegliere di dedicarsi.

C’è tango stanotte in città. E c’è tango nei battiti del mio cuore. Ma io accompagno questa notte al cammino di versi sublimi, misteriosi come sigilli fino alla roccia prosciugata nei letti di parole. E scintillanti al bagliore lunare.

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

Ritorno in città

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Di ritorno dalla terra che mi ha dato i natali. Grazie ” con cento cuori ” per le conversazioni mistiche col vento, agli umidori viaggianti, ai lucori segreti, al cielo vicino raggiante di stelle, ai versi odorosi lasciati inscritti per noi dalla mano del dio nelle pieghe dei verdi.

 

 

 

 

 

 

I giovani infelici

 

 

 

#1

Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri.

Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii : se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti.

E’ il coro – un coro democratico – che si dichiara depositario di tale verità : e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla.

…..

E’ giusto ? Era questa, in realtà, per un lettore moderno, la domanda, senza risposta, del motivo dominante del teatro greco.

Ebbene sì, è giusto. Il lettore moderno ha vissuto infatti un’esperienza che gli rende finalmente, e tragicamente, comprensibile l’affermazione — che pareva così ciecamente irrazionale e crudele del coro democratico dell’antica Atene : che i figli cioè devono pagare le colpe dei padri. Infatti i figli che non si liberano delle colpe dei padri sono infelici : e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza dell’infelicità.

Sarebbe troppo facile e, in senso storico e politico, immorale, che i figli fossero giustificati – in ciò che c’è in loro di brutto, repellente, disumano – dal fatto che i padri hanno sbagliato. L’eredità paterna negativa li può giustificare per una metà, ma dell’altra metà sono responsabili loro stessi.

Non ci sono figli innocenti. Tieste è colpevole, ma anche i suoi figli lo sono. Ed è giusto che siano puniti per quella metà di colpa altrui di cui non sono stati capaci di liberarsi.

….

 

Pier Paolo Pasolini I giovani infelici, 1975 
 

 

 

 

 

 

Alain Badiou : penser les meurtres de masses

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Mi sveglio presto stamattina. Avrei tempo per uscire, ma resto in casa. Un altro giorno di traduzione della lunga conferenza di Alain Badiou al théâtre de la Commune d’Aubervilliers del 23 novembre scorsoPrima parte, La struttura del mondo contemporaneo. Traduco fino al paragrafo Les nouvelles pratiques impériales (escluso). L’esperienza del pensiero è molto intensa, come sempre al lavoro con un testo. Senza contare lo sforzo della mia andatura nella lingua, nella voce dell’altro. L’esperienza del pensiero s’incarna.

Il testo è un valido esercizio della ragione. E’ anche un punto di vista e una visione del mondo. E’ un carattere – filosofico – stringente, a tratti angosciante.

Leggo, rifletto, traduco. Penso, mi trasformo e torno sempre con la mente alla mole degli scritti di Pier Paolo Pasolini, alla vita interrotta di Pier Paolo Pasolini, al suo andare e tornare dall’inferno reale… Fino al momento in cui non è tornato più. La sua ultima intervista – QUI – la sera stessa in cui sarà ammazzato ( della quale stento a completare la pubblicazione su questo blog, per eccesso di dolore ) è un colpo che spinge la sua gittata lontano, molto più lontano dal punto in cui parlava : arriva fino a noi, a questi nostri tempi di omicidi di massa.

 

 

 
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Come ogni giorno della mia vita

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Siamo discesi presto in città. Presto fa buio in questa parte dell’anno, ancora prima in collina.

A casa, poche cose da fare a quest’ora, ma con tutta la dedizione che si può. Naturale dopo tanto alitare di cielo ritrovarsi così nelle proprie mani. E riconoscersi in queste mani. E rimanere in ascolto del silenzio che si tiene nell’ombra delle nostre parole.

La cena cuoce sul fuoco e intanto faccio uno shampoo, una doccia per riscaldare questa terrena umidità che si nutre di me. Mi preparo così al giorno di domani. Come se avessi un motivo di farlo. Ma non ne ho. Ogni giorno per me la stessa inesauribile distanza da consumare fra i due estremi della mia vita – come una bestia da tiro, tutti i giorni della mia vita. 

 

 

 

 

 

 

L’itinerario

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Quarantott’ore senza riuscire a dormire, e poi …

 

 

 

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Via San Petronio Vecchio

 

 

 

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Via San Petronio Vecchio

 

 

 

 

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Piazza Santo Stefano

 

 

 

 

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Piazza Santo Stefano

 

 

 

 

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Piazza Santo Stefano

 

 

 

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Piazza Santo Stefano

 

 

 

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La torre degli Asinelli

 

 

 

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Via Caprarie

 

 

 

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Sotto il voltone del podestà

 

 

 

 

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La fontana del Nettuno

 

 

 

 

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Sotto il voltone del podestà

 

 

 

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L’albero di Natale all’ingresso di Sala Borsa

 

 

 

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Piazza Galvani
 

 

 

 

 

 

” Non ci sono più esseri umani “

 

 

 

Dall’ultima intervista di Pier Paolo Pasolini
 

#2
 

” Allora, i discorsi sono tre. Qual’è la «situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo. “

 

 

La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra.
E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima, e poi diciamo : ma strano, ma questi due treni non passano di lì, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E’ facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare?

. . .

Prima tragedia : una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe.
Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata : avere, possedere, distruggere.

. . . . .continua. . . . .

Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

 

 

” Perché siamo tutti in pericolo “

 

 

 

Estratti, a minutissime dosi, dell’ultima intervista di Pier Paolo Pasolini

 
#1

[ . . . ] so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. . . In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali.

Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso.

[ . . . ] Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, prima era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia).
Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e “collabora” sia per campare sia perché non è mica un delitto.

. . . . continua . . . .

Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

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«Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi : “Perché siamo tutti in pericolo”»

 

Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le quattro e le sei del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro è suo, non mio.  Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista. Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo  che appare continuamente nelle risposte che seguono . . .

 

Furio Colombo, L’ultima intervista di Pasolini
Roma 2005. Avagliano Editore
 

 

 

 

 

 

Rimango

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a G. N.

Il deserto è per amore di Dio. C’è stato chi ha avuto il sangue gelato per me.

L’Aperto che scuote è questa sete inattingibile di canto.
Il deserto, un recinto irrespirabile.

Se non avessi avuto queste immagini tristi, questo esercizio dello sguardo tanto più avanti di me da inoltrarsi per proprio conto molto più in là delle mie sole intenzioni…

Nella discesa incontro a una realtà radicale, mi trovo a innesto su qualcosa di arcaico, di greco e latino.

 

 

 

 

 

 

Prospettiva orizzontale

 

 

 

” Vis me mouvant comme un plongeur sur le fond-s d’une inconnaissance. Et dans l’opaque ne vois que les détritus de soi. “

Serge Marcel Roche

 

Mi vedo muovere, come un nuotatore sul fondo-dei-fondi di una inconoscenza. E nell’opaco non scorgere nient’altro che i detriti di sé.

Traduzione dal francese di rosaturca

Horizontal et l’ennui – notation 11

cliccare QUI per la lista completa tradotta in italiano

 

 

 

 

 

 

Bologna del disamore

( cliccare sulle immagini per ingrandire )

 

 

 

Per l’ufficio postale, cinque minuti a piedi. E ritorno.

 

 

 

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Via San Petronio Vecchio

 

 

 

 

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Strada Maggiore

 

 

 

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Strada Maggiore

 

 

 

 

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Strada Maggiore

 

 

 

 

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Via Fondazza

 

 

 

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Via Fondazza

 

 

 

 

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Via Fondazza

 

 

 

 

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Via San Petronio Vecchio

 

 

 

 

 

 

Detti e contraddetti

 

 

 

Karl Kraus

 

 

 

“Molte donne vorrebbero sognare insieme con gli uomini senza andarci a letto. Bisogna far loro presente con decisione l’inattuabilità di un tale proposito.”

 

 

 

 

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” Lo sterile piacere dell’uomo si nutre dello sterile spirito della donna. Ma del piacere femminile si nutre lo spirito maschile. Il piacere di lei crea le opere di lui. Tutto ciò che alla donna non è dato rende possibile all’uomo di servirsi dei propri doni. Libri e quadri vengono creati dalla donna, — non da quella che li scrive o dipinge. Un’opera viene messa al mondo : questa volta la donna ha fecondato ciò che l’uomo ha partorito. “

” C’è una donna nella stanza prima che entri uno che la vede ? Esiste la donna in sé ? “

” Nulla è più insondabile della superficialità della donna. “

” Il contenuto di una donna si coglie presto. Ma prima di penetrare fino alla superficie ? “

” L’erotismo dell’uomo è la sessualità della donna. “

” Il seduttore che si gloria di iniziare le donne ai misteri dell’amore : il turista che arriva alla stazione e si offre di mostrare alla guida turistica le bellezze della città. “

” La superiorità maschile negli affari d’amore è un meschino vantaggio, che non ci fa guadagnare nulla e non fa altro che violenza alla natura femminile. Bisognerebbe lasciarsi introdurre da ogni donna ai misteri della vita sessuale. “

 

 

 

 

 

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” Quanto più forte è la personalità di una donna, tanto più facilmente essa porta il fardello delle sue esperienze. L’orgoglio viene dopo la caduta. “

” La memoria corta degli uomini si spiega con la loro estrema lontananza dal sesso, che si dissolve nella personalità. La memoria corta delle donne si spiega con la loro vicinanza al sesso, dove la personalità si dissolve. “

” La donna è coinvolta sessualmente in tutti gli affari della vita. A volte perfino nell’amore. “

” Una donna la cui sensualità non cessa mai e un uomo a cui vengano ininterrottamente dei pensieri : due ideali dell’umano che sembrano morbosi all’umanità. “

” [ … ] Portare l’inconsapevolezza alla coscienza è eroismo ; affondare la consapevolezza nell’incoscienza è finesse. “

” Ci si avvezzi a dividere le donne in due tipi : quelle che sono già nell’incoscienza e quelle che debbono essere portate all’incoscienza. Le prime stanno più in alto e governano il pensiero. Le altre sono più interessanti e servono il piacere. Nel primo caso l’amore è devozione e sacrificio; nell’altro vittoria e preda. “

” Alla fine l’importante è che ci si metta a riflettere sulla vita erotica in genere. “

 

cliccare QUI per continuare a leggere

 

Detti e contraddetti di Karl Krauss
A cura di Roberto Calasso, Adelphi Edizioni . 1972
 

 

 

 

 

 

Senza rete

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Tempo liberato. Spazio liberato nel pensiero, deserto. Possibilità dello stupore.

Calma, sconosciuta. Persa l’idea dell’ascolto : abbandonata. Sola con me stessa. Viva. Nel mondo materiale delle cose, nella luce materiale di tutte le ore del giorno. Nelle sere. Nelle voci della notte.

Il mondo nuovamente diventato grande, per la distanza ridiscesa fino a qui. Guardare, sentire, lavorare, capire.

 

 

 

 

 

 

La memoria di un giorno

 

 

 

Come del tempo la risacca s’arresta        e là, dove s’accumula, volenterose mani accorrano a dipanare

così, l’oscurità.

 

 

 

“j’aimerais tant
pouvoir être
comme ce jour
qui n’a pas
le sentiment
d’en être un.” *

Pierre Soupir 

Le rythme constant de l’oubli

 

 

* poter essere        
             – mi piacerebbe tanto –
come questo giorno
che non ha
il sentimento di essere
uno.

Traduzione dal francese di rosaturca
 

 

 

 

 

Ricordando la venuta al mondo di Paul Celan

 

 

 

 

Non scriverti
tra i mondi,

tieni testa
alla varietà dei significati,

fidati della traccia di lacrime
e impara a vivere.

Paul Celan

 

 

 

[ . . . ]

qualcosa che riguarda da vicino l’io poetico, il suo profilo e la densità interiore ed esistenziale di chi scrive. Qualcosa che non si limita ad alludere al dolore e lo rende esplicito nel canto. Qualcosa che rivela la resistenza del poeta nel canto. Dunque, l’uomo, il poeta, il suo dolente incedere nei tempi a lui contemporanei ed il suo essere una creatura durevole dentro tale scenario. Qualcosa, l’esegesi di una poetica tutta raccolta nelle poche righe di una sintesi estrema,

[ . . . ]

Non sono mai andato a Thiais per portargli un fiore, e non se nemmeno se mai più potrò permettermi di farlo. Lo depongo idealmente qui, ora, nella forma di minuscolo ricordo.

E’ un fiore semplice, il mio, come una margherita di campo. Come un fiore spontaneo, di quelli che nascono come vogliono, quando vogliono, dove vogliono in un prato brado, all’improvviso. Sbocciano inattesi e non visti. Come accade spesso alle parole dei poeti e nelle visioni dei profeti. Come sboccia in eterno e per sempre il tuo canto sublime, carissimo Paul.

Giordano Mariani

 

( cliccare QUI per l’articolo completo su EXTEMPORALITAS – il sito dell’autore )

 

 

 

 

 

 

Contro l’idea di fragilità

( cliccare sull’immagine per ingrandire )

 

 

 

Ho l’impressione che nessuna creatura in terra potrebbe esistere se custodisse in sé anche la più minuta fragilità. Siamo mortali, ed è una cosa diversa dall’essere fragili.

La forza è ovunque. E’ vivere. La mancanza di forza è non-vivere-più. E’ nell’esperienza del dolore che si addensa la più grande riserva della forza di vivere.

 

 

 

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Quando sento parlare di fragilità io ascolto la vita anestetizzata della mente — quando con il fisico non si ha più niente a che fare.

 

 

 

 

 

 

Gustave Flaubert “… si tu savais”

 

 

 

         Vogliamo parlare del soffocamento che dà lo sforzo smisurato della parola quando giunge alla propria sterilità sull’aperto immenso della passione amorosa ?

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Gustave Flaubert à Louise Colet  [ Samedi 8 Août 1846 ]

 

. . .

11 heures du soir…
      Adieu, je ferme ma lettre. C’est l’heure où, seul et pendant que tout dort, je tire le tiroir où sont mes trésors. Je contemple tes pantoufles, ton mouchoir, tes cheveux, ton portrait, je relis tes lettres, j’en respire l’odeur musquée. Si tu savais ce que je sens maintenant !… dans la nuit mon coeur se dilate et une rosée d’amour le pénètre !
      Mille baisers, mille, partout, partout.

 

 

 

Addio, chiudo la lettera. E’ l’ora in cui, solo e mentre tutto dorme, apro il cassetto in cui sono i miei tesori. Contemplo le tue pantofole, il fazzoletto, i tuoi capelli, il ritratto, rileggo le tue lettere, ne respiro l’odore muschiato. Se tu sapessi quello che sento ora ! . .  . nella notte il mio cuore si dilata e una rugiada d’amore lo penetra. Mille baci, mille, dappertutto, dappertutto

Traduzione dal francese di Maria Teresa Giaveri, Milano 1984

 

 

 

 

 

 

Come un paesaggio in divenire

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All’inizio c’è stata l’immagine nello specchio in un momento banale, oggi come in qualsiasi altra giornata nella mia vita, nell’incessante slittamento verso altrove. In quell’immagine stasera mi sono riconosciuta, l’ho fermata per me.

E poi. Sono uscita nel vento della sera a fare una camminata.

 

 

 

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Nelle viscere della storia

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Come criceti in gabbia girano la ruota senza fermarsi — se si potesse distendere nello spazio la durata di quel movimento si coprirebbero chilometri.

Andare fino in fondo al proprio assunto espressivo, allargando lo spazio che il contesto sociale concede — Ma se tutto è concesso e niente arriva al cuore… Come riemergere dall’indistinto e rintracciare i segni del bersaglio ?

In gioco non è la vanità individuale di ciascuno, ma la prospettiva di un orizzonte comune che apre una lingua di parlanti nell’estuario del proprio tempo, nelle viscere della storia.

 

 

 

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Popolare#2

 

 

 

 

Orquesta Anibal Troilo canta Francisco Fiorentino

 

 

 Gricel

Música: Mariano Mores
Letra: José María Contursi
tango 1942
 
No debí pensar jamás
en lograr tu corazón
y sin embargo te busqué
hasta que un día te encontré
y con mis besos te aturdí
sin importarme que eras buena…
Tu ilusión fue de cristal,
se rompió cuando partí
pues nunca, nunca más volví…
¡Qué amarga fue tu pena!

No te olvides de mí,
de tu Gricel,
me dijiste al besar
el Cristo aquel
y hoy que vivo enloquecido
porque no te olvidé
ni te acuerdas de mí…
¡Gricel! ¡Gricel!

Me faltó después tu voz
y el calor de tu mirar
y como un loco te busqué
pero ya nunca te encontré
y en otros besos me aturdí…
¡Mi vida toda fue un engaño!
¿Qué será, Gricel, de mí?
Se cumplió la ley de Dios
porque sus culpas ya pagó
quien te hizo tanto daño.
 

 

 

 

 

 

Popolare#1

 

 

 

 

 
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Flor de lino – vals criollo

Letra de Homero Expósito
Musica de Héctor Stamponi

 


 
Floreal Ruiz cantando con la orquesta de Aníbal Troilo ( 1947 )

 

 

Deshojaba noche esperando en vano
Que le diera un beso
Pero yo soñaba con el beso grande
De la tierra en celos.

Flor de lino qué raro destino
Nunca vi un camino de linos en flor.

Deshojaba noche esperando en vano
Como yo la espero
Lleno de vergüenza
Como los muchachos con un traje nuevo.

Cuántas cosas que se fueron
Y hoy regresan siempre
Por la siempre noche
De mi soledad.

Yo la ví florecer como el lino
De un campo argentino maduro de sol.
Si la hubiera llegado a entender
Ya tendría en mi rancho el amor.

Yo la ví florecer en un día
Mandinga la huella que se la llevó
Flor de lino se fue y hoy que el campo está en flor
Amalaya me falta su amor.

Hay una tranquera por donde el recuerdo
Vuelve a la querencia
Que el remordimiento del no haberla amado
Siempre deja abierta.

Flor de lino te veo en la estrella
Que alumbra la huella de mi soledad.

Deshojaba noches cuando te esperaba
Por aquel sendero
Lleno de esperanzas como gaucho pobre
Cuando llega al pueblo.

Flor de ausencia, tu recuerdo
Me persigue siempre
Por la siempre noche
De mi soledad.
 

 

 

 

 

 

Una scelta estetica

 

 

 

Una scelta estetica : ciò che si include e ciò che si esclude nella propria rappresentazione. Una scelta determinata dalle persone e dai contesti ai quali si rivolge – si dedica, si destina – la nostra rappresentazione.


“Una scelta estetica è sempre una scelta sociale …Ciò non significa affatto che la scelta estetica sia impura o interessata. Anche le scelte dei santi sono sociali.”
Pier Paolo Pasolini

E se invece tutto questo non ci fosse più, se non ci fossero fra di noi quelle distinzioni sociali che ci costringono a scegliere ? Se niente di tutto questo esistesse ancora e noi ci trovassimo disseminati per ogni dove, a caso nel buio della rete elettronica, tutti così perfettamente accomunati dalla stessa mancanza di realtà ? Avrebbe – HA – ancora senso qualcosa da rappresentare ? E se non è questo, che cos’altro è diventata la spinta della rappresentazione nelle nostre necessità espressive ?

Se la cultura dava realtà divaricando lo spazio sociale di ciò che era consentito – lo spazio espressivo che la società concede … dove stanno oggi le celate membrature di questo nostro corpo sociale globale ?

 

 

 

 

 

 

Edonismo ?

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Il calore del fuoco al quale si cuoce il cibo per la cena è la prima cosa che cerco appena sveglia, nelle prime ore del pomeriggio. Non ho mai desiderato di essere pubblicata. Non ho mai desiderato seriamente di essere pubblicata. Mi domando sempre — perché qualcuno dovrebbe leggermi ? Perché scrivo, non me lo sono domandato mai. Leggo poco, perché molto lentamente. Leggo sempre in modo sparso, impossibile qualsiasi organizzazione.

 

 

 

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Discrìmine

 

 

 

Un momento critico, forse una situazione di pericolo, in questa dimensione di visibilità astratta e statistica — virtuale.

 

 

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Dopo l’intensa rilettura di
Tetis e Abiura dalla “Trilogia della vita”, di Pier Paolo Pasolini
Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni. Bologna, 2015